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Niscemi e l'Appennino Reggiano: specchi di un’unica fragilità

Il recente, drammatico scenario di Niscemi, dove il ciclone "Harry" ha innescato una frana di proporzioni vaste costringendo centinaia di famiglie ad abbandonare le proprie case, sembra un evento lontano, confinato al calore del Mediterraneo siciliano. Eppure, se guardiamo sotto i nostri piedi, qui nel reggiano, la distanza si annulla. A unire la Sicilia centrale e l'Emilia non è solo la cronaca, ma la geologia ...

Niscemi e l'Appennino Reggiano: specchi di un’unica fragilità

Il recente, drammatico scenario di Niscemi, dove il ciclone "Harry" ha innescato una frana di proporzioni vaste costringendo centinaia di famiglie ad abbandonare le proprie case, sembra un evento lontano, confinato al calore del Mediterraneo siciliano. Eppure, se guardiamo sotto i nostri piedi, qui nel reggiano, la distanza si annulla.

A unire la Sicilia centrale e l'Emilia non è solo la cronaca, ma la geologia.

La "Pelle" di Argilla: un tratto comune

Niscemi poggia su argille plioceniche (formatesi tra 5,3 e 2,6 milioni di anni fa). Si tratta di sedimenti marini "giovani" in termini geologici, estremamente plastici e sensibili all'acqua.

Il nostro Appennino reggiano è fatto della stessa sostanza: le cosiddette "Argille Scagliose" e le formazioni del Pliocene che caratterizzano la fascia collinare e montana. Questi terreni hanno caratteristiche fisiche ben precise:

-> Impermeabilità: l'acqua non penetra in profondità ma scivola via, o peggio, "ammolla" lo strato superficiale.

-> Plasticità: quando si saturano d'acqua, queste argille perdono coesione, trasformandosi da roccia solida a una massa fluida pronta a scivolare verso valle.

L'effetto dei nuovi cicli climatici

Il problema non è la pioggia in sé, ma la sua distribuzione. Il passaggio di cicloni mediterranei sempre più intensi o di eventi "flash flood" (alluvioni lampo) mette a dura prova un sistema già intrinsecamente fragile.

In provincia di Reggio Emilia, la gestione del rischio idrogeologico è una sfida quotidiana. Eventi meteorologici estremi non fanno altro che accelerare processi naturali di erosione che un tempo impiegavano decenni e che ora possono manifestarsi in poche ore. La "fragilità" del reggiano non è un difetto di fabbricazione, ma una caratteristica intrinseca di un territorio che richiede manutenzione costante e una pianificazione urbanistica che rispetti i limiti della geologia.

Consapevolezza senza allarmismo

Parlare di fragilità non significa vivere nell'attesa del disastro, ma capire che il suolo non è un basamento inerte. È un organismo vivo che reagisce agli sbalzi del clima.

Le tecnologie attuali permettono di sorvegliare i movimenti dei versanti con precisione millimetrica. Pulizia dei riali, corretta regimazione delle acque piovane e stop al consumo di suolo in aree a rischio sono le uniche vere "difese" che abbiamo.

Il caso emblematico: la frana di Cà Lita (Baiso)

Se Niscemi oggi vive un dramma, il comune di Baiso rappresenta storicamente uno dei laboratori a cielo aperto più importanti d'Europa per lo studio dei dissesti idrogeologici, proprio a causa della Frana di Cà Lita.

Perché Cà Lita è un esempio perfetto di "fragilità" reggiana?

Non è una frana improvvisa e "piccola", ma un colamento plastico complesso di enormi dimensioni. Si estende per chilometri e coinvolge milioni di metri cubi di materiale.
La frana si sviluppa principalmente nelle Argille Scagliose. Queste rocce, se sature d'acqua, si comportano come un fluido viscoso. Il movimento non è un singolo crollo, ma un lento e inesorabile scivolamento che accelera dopo periodi di piogge intense e prolungate.

Come sta accadendo a Niscemi sotto l'impulso del ciclone "Harry", Cà Lita ha avuto fasi di parossismo (la più celebre nel 2004) legate a anomalie pluviometriche. In quell'occasione, la frana minacciò infrastrutture e abitazioni, richiedendo interventi di ingegneria idraulica e geotecnica massicci (drenaggi profondi, pozzi e rimodellazione dei versanti). Per non parlare della riattivazione di giugno 2023 durante gli eventi alluvionali che colpirono duramente la Romagna.

Cosa accomuna i due territori?

Il filo rosso che lega Niscemi e Baiso è la risposta del suolo all'acqua:

-> L'effetto "lubrificante": in entrambi i casi, l'acqua non è solo un peso aggiunto, ma un agente chimico-fisico che trasforma la roccia in fango.
-> L'erosione accelerata: la mancanza di vegetazione (calanchi) o la pendenza elevata dei versanti argillosi facilita il trasporto di sedimenti, rendendo il paesaggio "mutante".
-> La memoria del suolo: Entrambi i territori portano le cicatrici di eventi passati. Una frana come quella di Cà Lita ci insegna che, una volta che un versante si è "rotto", rimarrà per sempre un punto sensibile, una "ferita" che può riaprirsi ogni volta che il clima estremizza le sue manifestazioni.

"Che si tratti delle colline di Niscemi o dei versanti di Baiso, la sfida è la stessa: non possiamo cambiare la natura argillosa del nostro suolo, ma dobbiamo imparare a gestirne l'inevitabile mobilità attraverso una manutenzione del territorio che non può più essere considerata 'straordinaria', ma deve diventare quotidiana."

METEOREGGIO.IT
Dott. Matteo Benevelli

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