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Foto del Giorno

Le foto meteorologiche piu belle di Reggio Emilia

Combattenti. — Fauna dell'Appennino Reggiano — 23 aprile 2026

Combattenti.

Fauna

Questa dinamica immagine catturata da Simone Riviello ci proietta nel cuore di uno stormo di Combattenti (Calidris pugnax), piccoli trampolieri protagonisti di una delle migrazioni più affascinanti del mondo ornitologico.L'immagine immortala lo stormo in una fase di volo serrato, dove ogni individuo sembra una tessera di un mosaico in movimento. In questa prospettiva, possiamo apprezzare il contrasto tra il ventre bianco candido e le ali screziate, una livrea che permette loro di mimetizzarsi perfettamente tra le zone umide e i terreni fangosi dove solitamente sostano durante il viaggio verso il nord Europa o l'Asia.-> Dimorfismo Estremo: il nome "Combattente" deriva dall'incredibile trasformazione che i maschi subiscono durante la stagione riproduttiva. Sviluppano un imponente collare di piume e ciuffi auricolari dai colori sgargianti (bianco, nero, castano) che utilizzano in parate nuziali coreografiche. Nello scatto di Riviello, tuttavia, gli esemplari appaiono in abito invernale o di transizione, rendendoli più simili tra loro.-> Strategie Riproduttive: i "Tre Maschi": una curiosità biologica rara è che esistono tre tipi genetici di maschi con strategie diverse per accoppiarsi: - Territoriali: difendono piccole arene chiamate lek. - Satelliti: maschi solitamente bianchi che non difendono territori ma collaborano con i territoriali. - Faeder: maschi rarissimi che "si travestono" da femmine per avvicinarsi alle compagne senza scatenare l'aggressività dei rivali.Quando volano in stormi così densi, i Combattenti utilizzano regole di auto-organizzazione simili a quelle degli storni. Ogni uccello reagisce ai movimenti dei vicini più prossimi in frazioni di secondo, creando onde di movimento che confondono i predatori (come il falco pellegrino).Sono viaggiatori instancabili: alcuni esemplari coprono distanze fino a 15.000 chilometri all'anno. Vedere un gruppo così numeroso è il segnale del passaggio di una natura selvaggia che non conosce confini, catturata qui in un istante di perfetta, caotica armonia.

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Luna crecente con aereo — Astronomia dell'Appennino Reggiano — 22 aprile 2026

Luna crecente con aereo

Astronomia

Questa immagine di Marco De Martino è un capolavoro di tempismo e composizione, capace di catturare un istante di rara armonia tra l'ingegno umano e la magnificenza del cosmo. In questa domenica 19 aprile 2026, il cielo ci regala uno spettacolo che fonde dinamismo e staticità millenaria.L’Incontro tra Cielo e TerraAl centro della scena domina un sottilissimo falcetto di Luna crescente. La luce cinerea permette di intravedere anche la parte in ombra del disco lunare, un fenomeno affascinante dove la Terra riflette la luce solare verso il suo satellite. Il week-end scorso, la Luna non era sola: la sua danza orbitale la porta in congiunzione con Venere, il "Pianeta della Sera", che brilla poco distante con una luce ferma e intensa, aggiungendo una nota di magia al crepuscolo.L'elemento che rende lo scatto "emozionante" è l'irruzione di un aereo di linea che taglia diagonalmente il quadrante inferiore.La Scia di Condensazione: le scie, illuminate dal sole ormai sotto l'orizzonte, assumono una tonalità calda e dorata che contrasta con le tinte violacee e grigie del cielo terso.Prospettiva e Distanza: mentre l'aereo vola a circa 10.000 metri di quota, la Luna si trova a circa 384.400 km da noi. Eppure, l'obiettivo del fotografo riesce a schiacciare queste distanze abissali, facendoci sentire parte di un unico, immenso scenario.La serata del 19 aprile 2026 è caratterizzata da un'atmosfera particolarmente limpida. La vicinanza prospettica tra la Luna e Venere crea quello che gli astronomi chiamano un "bacio celeste". Osservare questa immagine significa riflettere sulla nostra posizione nell'universo: siamo piccoli osservatori di un meccanismo celeste perfetto, solcato dai segni del nostro passaggio tecnologico.La fotografia di De Martino non è solo un documento astronomico, ma un invito a sollevare lo sguardo e a riscoprire lo stupore quotidiano che il cielo, se osservato con pazienza, sa sempre offrire.

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Pietra di Bismantova — Paesaggi dell'Appennino Reggiano — 21 aprile 2026

Pietra di Bismantova

Paesaggi

Questa straordinaria fotografia di Luca Giordani esalta la maestosità della Pietra di Bismantova, un'icona dell'Appennino Reggiano che deve la sua forma a "zattera" a un fenomeno geologico affascinante noto come erosione differenziale.La Pietra di Bismantova non è un vulcano spento né un sollevamento improvviso, ma il resto di un antico fondale marino risalente al Miocene inferiore (circa 15-19 milioni di anni fa).Composizione Duale: La struttura è composta da due materiali con resistenze opposte. La "zattera" sommitale è formata da calcarenite (una roccia sedimentaria calcarea ricca di fossili marini come molluschi e alghe), mentre la base su cui poggia è costituita da argille scagliose molto più antiche e tenere.L'Erosione Differenziale: Milioni di anni fa, la calcarenite copriva un'area molto più vasta. Con il sollevamento della catena appenninica, gli agenti atmosferici (pioggia, vento, gelo) hanno iniziato a smantellare il territorio. L'argilla sottostante, essendo impermeabile e plastica, si è erosa rapidamente, venendo letteralmente "lavata via". La calcarenite, più dura e resistente, è rimasta in rilievo, proteggendo l'argilla immediatamente sottostante come un enorme ombrello naturale.Dinamiche Geologiche in AttoAncora oggi, la Pietra non è immobile. Il contrasto tra la rigidità della calcarenite e la cedevolezza delle argille causa la formazione di profonde fratture verticali. Questo porta al distacco di enormi blocchi che rotolano lungo i pendii, un processo che modella continuamente le sue pareti verticali, rendendole un paradiso per l'arrampicata ma testimoniando anche la fragilità di questo colosso "galleggiante".In questo scatto notturno, le stelle incorniciano quella che è, a tutti gli effetti, una reliquia geologica che resiste tenacemente allo scorrere del tempo.

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Il Bargetana in scongelamento — Paesaggi dell'Appennino Reggiano — 20 aprile 2026

Il Bargetana in scongelamento

Paesaggi

Con Andrea Mammi torniamo a far visita ad uno degli angoli più amati dagli escursionisti reggiani.In questa splendida immagine, il Lago Bargetana (1767 m s.l.m.) si sveste del suo manto invernale ai piedi del Monte Cusna, soprannominato "Il Gigante" per il suo caratteristico profilo antropomorfo. La fotografia immortala il delicato equilibrio della fusione nivale: una tavolozza di bianchi abbacinanti e azzurri glaciali che segnano il passaggio alla stagione calda.-> L'Effetto Albedo e il disgelo: notiamo come l'acqua del lago presenti sfumature turchesi e blu profonde. Questo accade perché il ghiaccio, sciogliendosi, aumenta la sua densità e intrappola meno bolle d'aria, permettendo alla luce solare di penetrare più a fondo. Mentre la neve fresca riflette fino all'80-90% della radiazione solare (Albedo alto), il ghiaccio sporco o l'acqua assorbono molta più energia, accelerando il processo di fusione in un ciclo di feedback positivo.-> L'asimmetria dei versanti: come potete osservare, il versante meridionale del Cusna appare visibilmente più spoglio. In meteorologia e geomorfologia, questa è la classica distinzione tra "adret" (il versante a solatio, esposto a Sud) e "ubac" (il versante all'ombra, esposto a Nord). Il versante meridionale riceve un'insolazione diretta e prolungata, che causa una sublimazione e una fusione della neve molto più rapide rispetto ai versanti protetti, dove i cumuli possono resistere fino all'estate inoltrata.-> Ecologia alpina: il Lago Bargetana è un tipico lago di origine glaciale-circo. Durante questo periodo di disgelo, l'apporto di ossigeno e nutrienti derivanti dallo scioglimento dei ghiacci risveglia la micro-fauna acquatica e prepara il terreno alla fioritura delle praterie d'alta quota circostanti.Uno scatto che non è solo estetica, ma un documento visivo del respiro termico delle nostre montagne.

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Hierophis viridiflavus — Fauna dell'Appennino Reggiano — 19 aprile 2026

Hierophis viridiflavus

Fauna

Continuiamo a parlare di biodiversità del nostro territorio. Il Biacco è uno dei serpenti più comuni e affascinanti della nostra fauna, e lo scatto di Mauro Morando lo ritrae con grande intensità.In questa splendida fotografia di Mauro Morando, lo sguardo intenso del Biacco (Hierophis viridiflavus) ci cattura immediatamente. Questo serpente, uno dei più diffusi e conosciuti in Italia e nel reggiano, è spesso vittima di paure infondate, ma è in realtà un alleato preziosissimo dell'agricoltura e un tassello fondamentale del nostro ecosistema.Il Biacco è famoso per la sua livrea spettacolare, un mosaico di giallo limone e nero (da cui il nome scientifico viridiflavus, verde-giallo) che crea un contrasto cromatico unico. È un serpente di medie dimensioni, che può superare il metro e mezzo di lunghezza. La sua caratteristica principale è l'agilità: è un cacciatore attivo e velocissimo, capace di muoversi con sorprendente rapidità tra l'erba alta e le rocce alla ricerca di lucertole, piccoli roditori e insetti.Osservando attentamente la foto di Morando, si nota un dettaglio cruciale per l'identificazione: l'occhio. Il Biacco possiede una pupilla perfettamente rotonda, circondata da un'iride dorata. Questo elemento è fondamentale per distinguerlo dalla Vipera, l'unico serpente velenoso presente nel nostro territorio. La vipera, infatti, ha una pupilla verticale, simile a quella di un gatto ("occhio di gatto"), un tratto tipico dei predatori notturni o crepuscolari. Imparare a osservare questo particolare permette di superare inutili allarmismi: un serpente con la pupilla rotonda, come il Biacco, è sempre innocuo per l'uomo.Sebbene possa mordere se minacciato o messo alle strette, il Biacco non è velenoso e il suo morso, sebbene doloroso, non comporta rischi gravi. Al contrario, la sua presenza è un indicatore di un ambiente sano e funge da naturale controllo delle popolazioni di roditori e di altri piccoli animali che potrebbero arrecare danni alle colture. Averne uno in giardino o nei pressi della propria abitazione è un segno di equilibrio ecologico.

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Pullo di merlo acquaiolo di Oriano Renzo Giacomelli — Fauna dell'Appennino Reggiano — 18 aprile 2026

Pullo di merlo acquaiolo di Oriano Renzo Giacomelli

Fauna

In questo straordinario scatto di Oriano Renzo Giacomelli, la natura si svela in un momento di cruda e commovente vitalità. Protagonista è un pullo di merlo acquaiolo (Cinclus cinclus), immortalato in un'atteggiamento che incarna perfettamente l'istinto di sopravvivenza e la dipendenza filiale.L'immagine cattura un istante fugace e intenso: il giovane uccello, con la bocca spalancata a mostrare il vivace arancione dell'interno della gola, è il ritratto dell'implorazione alimentare. Le ali sollevate e il corpo proteso verso l'alto accentuano la sua richiesta, un richiamo visivo e sonoro che non può lasciare indifferenti i genitori. È un'immagine che parla di fame, di attesa, ma anche della fiducia incrollabile che guida ogni essere vivente.Il pullo è appollaiato su un masso levigato, la cui superficie rugosa contrasta con la morbidezza del piumaggio ancora non completamente sviluppato del giovane uccello. La luce naturale esalta ogni singolo dettaglio: la texture delle piume, la trasparenza della membrana nittitante che protegge l'occhio, la delicatezza delle zampe affusolate che cercano un appoggio sicuro sulla roccia. Lo sfondo, sfocato ma ricco di tonalità calde e naturali, conferisce profondità alla scena e fa risaltare la figura del piccolo merlo acquaiolo.Questa fotografia non è solo la rappresentazione di un animale, ma la narrazione di un capitolo fondamentale della vita: la crescita, l'apprendimento, la lotta quotidiana per l'esistenza. Lo scatto di Oriano Renzo Giacomelli è un inno alla bellezza e alla fragilità della natura, un invito a osservare con rispetto e meraviglia il mondo che ci circonda e a proteggerne la preziosa biodiversità.

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Salamandra Pezzata di Maurizio Berni — Fauna dell'Appennino Reggiano — 17 aprile 2026

Salamandra Pezzata di Maurizio Berni

Fauna

Uno scatto davvero magnetico quello di Maurizio Berni, che ci porta nel cuore fresco e umido dell'Appennino. Protagonista assoluta è la Salamandra pezzata (Salamandra salamandra), un anfibio che sembra uscito da un libro di fiabe ma che è un indicatore preziosissimo della salute dei nostri boschi.Con la sua livrea nera lucida "schizzata" di giallo intenso, la salamandra è inconfondibile. Questi colori non servono a nascondersi, ma al contrario sono un segnale di avvertimento (colorazione aposematica): "Attenzione, sono tossica!". La sua pelle è infatti ricoperta di ghiandole che secernono la salamandrina, una sostanza irritante che scoraggia i predatori.A differenza di rane e rospi, la salamandra pezzata è ovovivipara: non depone le uova in acqua, ma partorisce larve già formate nei piccoli ruscelli limpidi o nelle pozze sorgive. È un animale prettamente terrestre e notturno, che ama uscire allo scoperto durante o dopo le piogge, motivo per cui è spesso chiamata "animale della pioggia".Per secoli, la salamandra è stata circondata da un’aura di mistero. La leggenda più famosa, citata persino da Aristotele e Plinio il Vecchio, voleva che fosse immune al fuoco o capace di estinguerlo con il solo contatto del suo corpo freddo. Questa credenza nasceva probabilmente dalle salamandre che, rifugiatesi nei ceppi di legna umida, scappavano fuori all'improvviso quando i tronchi venivano gettati nei camini, dando l'illusione di nascere dalle fiamme.Oggi la salamandra pezzata è minacciata dalla distruzione degli habitat e dall'inquinamento delle acque. Trovarla in un bosco, come è successo a Maurizio Berni, è il segno che l'ecosistema è ancora integro: la sua presenza è una garanzia di purezza ambientale.

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Storno di Stefano Uzzo. — Fauna dell'Appennino Reggiano — 16 aprile 2026

Storno di Stefano Uzzo.

Fauna

La foto del giorno di oggi è un magico scatto di Stefano Uzzo che ha immortalato in volo uno sgargiante Storno comune (Sturnus vulgaris), un uccello tanto comune quanto straordinario per le sue doti di "trasformista".Lo storno è un piccolo passeriforme (circa 20 cm) che incarna perfettamente il concetto di complessità nascosta. Spesso scambiato per un semplice uccello nero, a un’osservazione ravvicinata rivela una livrea che sfida le leggi del colore.Il colore dello storno non è statico, ma cambia drasticamente con le stagioni:-> In inverno: il piumaggio è scuro e densamente punteggiato di macchie bianche e crema, che lo fanno sembrare "infarinato" o coperto di stelle (da cui il nome Sturnus).-> In primavera: le punte chiare si consumano per sfregamento, lasciando spazio a un nero corvino con incredibili iridescenze metalliche. Sotto il sole, lo storno brilla di sfumature viola, verdi e bluastre, con un becco che diventa di un giallo acceso.Lo storno è uno dei più grandi imitatori del mondo animale. Non si limita a cantare la propria melodia, ma incorpora nel suo repertorio:-> Il canto di altri uccelli (come il rigogolo o la poiana).-> Suoni ambientali come allarmi di auto, fischi umani o suonerie dei cellulari.-> È persino in grado di apprendere brevi parole umane se vive in cattività, grazie a una siringe (l'organo vocale degli uccelli) estremamente versatile.Coreografie nel cieloUna delle curiosità più affascinanti riguarda gli stormi autunnali. Migliaia di individui si riuniscono al tramonto creando nuvole nere che fluttuano nel cielo compiendo evoluzioni sincronizzate spettacolari. Questi movimenti, chiamati murmurations, servono a confondere i predatori (come il falco pellegrino). È incredibile come ogni individuo reagisca ai movimenti dei sette compagni più vicini, creando un'onda fluida che sembra un unico organismo vivente.Nonostante sia a volte considerato invadente nelle città, lo storno resta un prodigio di adattamento e bellezza cromatica.

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Gufo di palude di Alessandro Roberi. — Fauna dell'Appennino Reggiano — 15 aprile 2026

Gufo di palude di Alessandro Roberi.

Fauna

Questa splendida cattura di Alessandro Roberti ci mostra il Gufo di palude (Asio flammeus) in tutto il suo dinamismo.A differenza della maggior parte dei suoi "cugini" notturni, il Gufo di palude è un rapace spesso crepuscolare o addirittura diurno. È uno dei pochi gufi che si può osservare cacciare in pieno giorno, specialmente durante l'inverno, quando le nostre pianure diventano un rifugio fondamentale per questa specie migratrice.Come si nota chiaramente nella foto di Roberti, il Gufo di palude possiede tratti inconfondibili:Occhi magnetici: Grandi iridi giallo limone circondate da un "trucco" nero molto marcato, che gli conferisce uno sguardo profondo e quasi severo.Ali lunghe e sottili: La sua apertura alare è notevole rispetto al corpo, permettendogli un volo leggero e ondeggiante, simile a quello di una grande farfalla.Ciuffi "invisibili": Sebbene appartenga al genere Asio (come il gufo comune), i suoi ciuffetti di penne sopra la testa sono brevissimi e raramente visibili, se non quando è in allerta.Il suo nome non è casuale: predilige spazi aperti, aree palustri, marcite e praterie. È un abilissimo controllore dei roditori; vola a bassa quota scrutando l'erba e, grazie a un udito finissimo, riesce a localizzare le prede anche sotto il manto nevoso o la vegetazione fitta.Nel reggiano, il Gufo di palude è un visitatore atteso nei mesi freddi. Molti esemplari arrivano dal Nord Europa per svernare nelle nostre campagne, trovando nelle zone meno urbanizzate della pianura l'habitat ideale per sopravvivere fino alla primavera. Vederlo solcare il cielo dorato di un tramonto invernale è un'emozione che la foto di Alessandro Roberti ha cristallizzato perfettamente.Un dettaglio fondamentale che lo distingue dai rapaci diurni (come i falchi) è la testa. In volo, il Gufo di palude sembra quasi "senza collo": la testa appare grande, piatta e incassata nelle spalle. Le ali, come abbiamo visto nello scatto di Alessandro Roberti, sono molto lunghe e mostrano una macchia scura evidente all'altezza del "polso" (la piega dell'ala), visibile soprattutto dal basso.

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Mignattaio di Gabriele Fatigati. — Fauna dell'Appennino Reggiano — 13 aprile 2026

Mignattaio di Gabriele Fatigati.

Fauna

Oggi andiamo alla scoperta del Mignattaio (Plegadis falcinellus), l'elegante protagonista di questo scatto di Gabriele Fatigati.Il Mignattaio è un uccello acquatico dall'aspetto inconfondibile e quasi esotico, appartenente alla famiglia degli Ibis. Come si vede chiaramente nell’immagine, la sua silhouette è definita da un lungo becco ricurvo verso il basso, uno strumento di precisione che utilizza per sondare il fango alla ricerca di piccoli crostacei, insetti e molluschi.A prima vista potrebbe sembrare scuro, quasi nero, ma sotto la luce solare il Mignattaio rivela la sua vera natura. Il corpo è di un profondo color castano-rossiccio, mentre le ali e la coda brillano di riflessi metallici verdi e violacei. È proprio questa sua capacità di mutare tonalità a seconda dell'angolazione della luce a renderlo uno dei soggetti più amati dai fotografi naturalisti.Ama le zone umide, le risaie e i canneti. Lo scatto cattura un momento di grande dinamismo: l'uccello è immortalato in un equilibrio precario, quasi una posa di danza, mentre solleva una zampa carica di vegetazione acquatica.È una specie gregaria. Quando si sposta, vola spesso in stormi a forma di "V" o in lunghe linee, alternando battiti d'ala rapidi a brevi planate.La punta del suo becco è estremamente sensibile e ricca di terminazioni nervose, permettendogli di individuare le prede al tatto anche in acque torbide.Dopo un periodo di forte declino nel secolo scorso, il Mignattaio sta tornando a popolare con successo le zone umide italiane, diventando un simbolo di biodiversità ritrovata. Vedere un esemplare come questo, così ben ambientato e attivo nel suo habitat, è la testimonianza di quanto siano vitali gli ecosistemi palustri per la conservazione di specie così affascinanti e antiche.

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Airone Cenerino con preda, di Silvano Mengoli. — Fauna dell'Appennino Reggiano — 12 aprile 2026

Airone Cenerino con preda, di Silvano Mengoli.

Fauna

In questa straordinaria fotografia di Silvano Mengoli, vediamo un Airone cenerino (Ardea cinerea) alle prese con una preda decisamente impegnativa: un serpente. Questo scatto non è solo esteticamente potente, ma ci racconta molto sulla biologia e sulla versatilità di uno dei protagonisti più eleganti delle nostre zone umide e dei canali della pianura reggiana.Un predatore opportunistaSebbene l'airone sia spesso associato alla pesca, definirlo semplicemente "mangiatore di pesci" sarebbe riduttivo. È un predatore opportunista d'eccellenza. La sua dieta è incredibilmente varia e si adatta a ciò che l’ambiente offre:Pesci: la base principale, dalle piccole alborelle alle carpe di medie dimensioni.Anfibi: rane e rospi sono prede frequenti durante la stagione riproduttiva.Rettili: come dimostra lo scatto di Mengoli, non disdegna bisce d'acqua e altri piccoli rettili.Piccoli mammiferi: è un abile cacciatore di arvicole e piccoli roditori nei campi appena arati o nelle praterie.La tecnica della "statua"La strategia di caccia dell'airone è un capolavoro di pazienza. Può rimanere perfettamente immobile per decine di minuti, fissando l'acqua con i suoi occhi gialli e acutissimi. Quando la preda entra nel suo raggio d'azione, il collo (ripiegato a "S" grazie a una sesta vertebra cervicale modificata) scatta come una molla d'acciaio. Il becco, simile a una fiocina, trafigge o afferra la vittima con una precisione chirurgica.Un gigante del cieloCon un'apertura alare che può sfiorare i due metri, l'Airone cenerino è facilmente riconoscibile in volo perché tiene il collo ripiegato all'indietro e le zampe tese, a differenza delle cicogne che volano a collo disteso. È una presenza fondamentale per l'equilibrio dei nostri ecosistemi, agendo come un vero e proprio regolatore delle popolazioni di piccoli animali.Vederlo immobile lungo un argine è sempre un privilegio: ci ricorda che la natura, anche a pochi passi dalle nostre città, segue ritmi antichi fatti di attesa e precisione.

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Startrail — Astronomia dell'Appennino Reggiano — 11 aprile 2026

Startrail

Astronomia

Questa straordinaria immagine cattura il battito silenzioso del cosmo sopra le sponde del Lago di Luceria, un piccolo specchio d'acqua incastonato tra le colline di Canossa, nel cuore dell'Appennino Reggiano. Lo scatto, opera del fotografo Luca Giordani, utilizza la tecnica dello star trail per trasformare la rotazione terrestre in un'ipnotica geometria di cerchi concentrici che sembrano scaturire direttamente dall'infinito.Il fulcro della rotazione celeste, situato vicino alla Stella Polare, troneggia sopra la silhouette scura della vegetazione. La maestria della composizione risiede nel doppio movimento: le scie luminose solcano il cielo e si riflettono con nitidezza sulla superficie immobile del lago, creando una simmetria che lega indissolubilmente il piano astrale a quello terrestre.Il luogo non è solo un paradiso naturalistico, ma un sito dal profondo valore storico, il nome stesso richiama l'antico insediamento romano di Luceria, un tempo snodo commerciale vitale nella Valle dell’Enza. Ci troviamo nelle terre che furono di Matilde di Canossa. Lo sfondo collinare, con le sue luci soffuse che filtrano tra gli alberi, evoca un’atmosfera medievale e senza tempo.Oggi il lago è una meta amata per chi cerca rifugio dal caos urbano e dall'inquinamento luminoso, condizione essenziale per ottenere una fotografia di questa purezza.L’immagine è il risultato di una lunga esposizione (o della somma di più scatti), che permette di visualizzare lo spostamento apparente degli astri. La varietà cromatica delle scie — dal blu elettrico all'oro caldo — rivela la differente temperatura superficiale delle stelle, regalandoci una tavolozza di colori solitamente invisibile a occhio nudo.

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