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Foto del Giorno

Le foto meteorologiche piu belle di Reggio Emilia

Mignattaio di Gabriele Fatigati. — Fauna dell'Appennino Reggiano — 13 aprile 2026

Mignattaio di Gabriele Fatigati.

Fauna

Oggi andiamo alla scoperta del Mignattaio (Plegadis falcinellus), l'elegante protagonista di questo scatto di Gabriele Fatigati.Il Mignattaio è un uccello acquatico dall'aspetto inconfondibile e quasi esotico, appartenente alla famiglia degli Ibis. Come si vede chiaramente nell’immagine, la sua silhouette è definita da un lungo becco ricurvo verso il basso, uno strumento di precisione che utilizza per sondare il fango alla ricerca di piccoli crostacei, insetti e molluschi.A prima vista potrebbe sembrare scuro, quasi nero, ma sotto la luce solare il Mignattaio rivela la sua vera natura. Il corpo è di un profondo color castano-rossiccio, mentre le ali e la coda brillano di riflessi metallici verdi e violacei. È proprio questa sua capacità di mutare tonalità a seconda dell'angolazione della luce a renderlo uno dei soggetti più amati dai fotografi naturalisti.Ama le zone umide, le risaie e i canneti. Lo scatto cattura un momento di grande dinamismo: l'uccello è immortalato in un equilibrio precario, quasi una posa di danza, mentre solleva una zampa carica di vegetazione acquatica.È una specie gregaria. Quando si sposta, vola spesso in stormi a forma di "V" o in lunghe linee, alternando battiti d'ala rapidi a brevi planate.La punta del suo becco è estremamente sensibile e ricca di terminazioni nervose, permettendogli di individuare le prede al tatto anche in acque torbide.Dopo un periodo di forte declino nel secolo scorso, il Mignattaio sta tornando a popolare con successo le zone umide italiane, diventando un simbolo di biodiversità ritrovata. Vedere un esemplare come questo, così ben ambientato e attivo nel suo habitat, è la testimonianza di quanto siano vitali gli ecosistemi palustri per la conservazione di specie così affascinanti e antiche.

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Airone Cenerino con preda, di Silvano Mengoli. — Fauna dell'Appennino Reggiano — 12 aprile 2026

Airone Cenerino con preda, di Silvano Mengoli.

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In questa straordinaria fotografia di Silvano Mengoli, vediamo un Airone cenerino (Ardea cinerea) alle prese con una preda decisamente impegnativa: un serpente. Questo scatto non è solo esteticamente potente, ma ci racconta molto sulla biologia e sulla versatilità di uno dei protagonisti più eleganti delle nostre zone umide e dei canali della pianura reggiana.Un predatore opportunistaSebbene l'airone sia spesso associato alla pesca, definirlo semplicemente "mangiatore di pesci" sarebbe riduttivo. È un predatore opportunista d'eccellenza. La sua dieta è incredibilmente varia e si adatta a ciò che l’ambiente offre:Pesci: la base principale, dalle piccole alborelle alle carpe di medie dimensioni.Anfibi: rane e rospi sono prede frequenti durante la stagione riproduttiva.Rettili: come dimostra lo scatto di Mengoli, non disdegna bisce d'acqua e altri piccoli rettili.Piccoli mammiferi: è un abile cacciatore di arvicole e piccoli roditori nei campi appena arati o nelle praterie.La tecnica della "statua"La strategia di caccia dell'airone è un capolavoro di pazienza. Può rimanere perfettamente immobile per decine di minuti, fissando l'acqua con i suoi occhi gialli e acutissimi. Quando la preda entra nel suo raggio d'azione, il collo (ripiegato a "S" grazie a una sesta vertebra cervicale modificata) scatta come una molla d'acciaio. Il becco, simile a una fiocina, trafigge o afferra la vittima con una precisione chirurgica.Un gigante del cieloCon un'apertura alare che può sfiorare i due metri, l'Airone cenerino è facilmente riconoscibile in volo perché tiene il collo ripiegato all'indietro e le zampe tese, a differenza delle cicogne che volano a collo disteso. È una presenza fondamentale per l'equilibrio dei nostri ecosistemi, agendo come un vero e proprio regolatore delle popolazioni di piccoli animali.Vederlo immobile lungo un argine è sempre un privilegio: ci ricorda che la natura, anche a pochi passi dalle nostre città, segue ritmi antichi fatti di attesa e precisione.

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Startrail — Astronomia dell'Appennino Reggiano — 11 aprile 2026

Startrail

Astronomia

Questa straordinaria immagine cattura il battito silenzioso del cosmo sopra le sponde del Lago di Luceria, un piccolo specchio d'acqua incastonato tra le colline di Canossa, nel cuore dell'Appennino Reggiano. Lo scatto, opera del fotografo Luca Giordani, utilizza la tecnica dello star trail per trasformare la rotazione terrestre in un'ipnotica geometria di cerchi concentrici che sembrano scaturire direttamente dall'infinito.Il fulcro della rotazione celeste, situato vicino alla Stella Polare, troneggia sopra la silhouette scura della vegetazione. La maestria della composizione risiede nel doppio movimento: le scie luminose solcano il cielo e si riflettono con nitidezza sulla superficie immobile del lago, creando una simmetria che lega indissolubilmente il piano astrale a quello terrestre.Il luogo non è solo un paradiso naturalistico, ma un sito dal profondo valore storico, il nome stesso richiama l'antico insediamento romano di Luceria, un tempo snodo commerciale vitale nella Valle dell’Enza. Ci troviamo nelle terre che furono di Matilde di Canossa. Lo sfondo collinare, con le sue luci soffuse che filtrano tra gli alberi, evoca un’atmosfera medievale e senza tempo.Oggi il lago è una meta amata per chi cerca rifugio dal caos urbano e dall'inquinamento luminoso, condizione essenziale per ottenere una fotografia di questa purezza.L’immagine è il risultato di una lunga esposizione (o della somma di più scatti), che permette di visualizzare lo spostamento apparente degli astri. La varietà cromatica delle scie — dal blu elettrico all'oro caldo — rivela la differente temperatura superficiale delle stelle, regalandoci una tavolozza di colori solitamente invisibile a occhio nudo.

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Svasso piccolo allo specchio — Fauna dell'Appennino Reggiano — 10 aprile 2026

Svasso piccolo allo specchio

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Parliamo un po' di ornitofauna con questo stupendo scatto di Achille Frisoli.Lo Svasso piccolo (Podiceps nigricollis) è un elegante uccello acquatico appartenente alla famiglia dei Podicipedidi. È una presenza affascinante negli specchi d’acqua europei, nota soprattutto per i suoi spettacolari mutamenti di piumaggio e i suoi occhi magnetici.La particolarità più evidente, ben visibile in questa splendida immagine, è l'occhio rosso rubino, che spicca nettamente sul piumaggio scuro. In primavera, lo Svasso sfoggia una livrea scenografica: testa e collo neri arricchiti da vistosi ciuffi di penne dorate a ventaglio dietro gli occhi.In inverno diventa più sobrio, con tinte bianco-grigie e una "calotta" nera che scende fin sotto l'occhio.È un uccello di piccole dimensioni, lungo circa 28-34 cm, con un becco sottile e leggermente rivolto all'insù, perfetto per catturare prede acquatiche.E' un abilissimo tuffatore. A differenza delle anatre, non ha piedi palmati ma lobi cutanei sulle dita, che agiscono come eliche potenti per spingerlo sott'acqua a caccia di insetti, piccoli crostacei e pesciolini.Costruisce nidi fatti di vegetazione acquatica che galleggiano letteralmente sull'acqua, ancorati alle canne per non andare alla deriva. Una volta nati, i pulcini (caratterizzati da un piumaggio zebrato) passano molto tempo sul dorso dei genitori, al sicuro dai predatori subacquei e al caldo tra le piume.È una specie piuttosto gregaria, che ama nidificare in colonie, spesso vicino a colonie di gabbiani o mignattini per beneficiare della loro protezione collettiva contro i predatori.Vederlo in natura richiede pazienza perché è una creatura schiva che, al minimo segnale di pericolo, preferisce scivolare silenziosamente sott'acqua piuttosto che spiccare il volo.

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Il canto del fiorrancino — Fauna dell'Appennino Reggiano — 09 aprile 2026

Il canto del fiorrancino

Fauna

Restiamo in tema di ornitofauna del nostro territorio con questo simpaticissimo scatto di Assunta Ianni per ritrovare il Fiorrancino (Regulus ignicapilla), uno degli uccelli più piccoli e affascinanti d'Europa. Sebbene pesi quanto una moneta da due euro (circa 5-6 grammi), sprigiona un’energia e un carattere davvero sorprendenti.Il tratto più spettacolare è la striscia colorata sulla testa. Nei maschi (come quello in foto) è di un arancione vivido, mentre nelle femmine tende al giallo limone. Quando il Fiorrancino è eccitato o vuole intimidire un rivale, solleva queste piume creando una piccola "cresta" fiammeggiante.A differenza del suo stretto parente, il Regolo, il Fiorrancino sfoggia una marcata linea sopracciliare bianca e una stria oculare nera. Questo contrasto gli conferisce un aspetto sempre serio, quasi accigliato.Il dorso è verde oliva con sfumature dorate sulle spalle, perfetto per mimetizzarsi tra le foglie di conifere e lecci.È un uccello in perenne movimento. Non sta mai fermo perché, a causa del suo metabolismo velocissimo, deve mangiare quasi costantemente piccoli insetti e ragni per sopravvivere.Il nido è un capolavoro di ingegneria: una minuscola coppa sospesa fatta di muschio e ragnatele, foderata con migliaia di soffici piume. È così elastico che si espande man mano che i pulcini crescono.Il suo verso è una serie di fischi acutissimi, così alti che spesso le persone anziane faticano a sentirli. Vederlo così, col becco spalancato e la cresta alta, fa capire che nonostante le dimensioni, il Fiorrancino non ha paura di farsi valere nel bosco!

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Rondine in decollo — Fauna dell'Appennino Reggiano — 08 aprile 2026

Rondine in decollo

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Con questo scatto di Emilio Sirocchi celebriamo uno dei simboli della primavera, questo perché il ritorno delle rondini (Hirundo rustica) è da sempre il simbolo universale della primavera che si risveglia. In questi giorni, anche il cielo di Reggio Emilia torna a popolarsi di queste instancabili trasvolatrici, reduci da un viaggio epico di oltre 5.000 chilometri dai quartieri di svernamento nell’Africa subsahariana.La rondine è un capolavoro di ingegneria naturale. Riconoscibile per la coda profondamente forcuta e il piumaggio blu scuro metallico sul dorso, presenta una caratteristica macchia rosso mattone sulla fronte e sulla gola. La sua sagoma affusolata le permette di cacciare insetti in volo con virate acrobatiche, agendo come un vero e proprio insetticida naturale: una sola coppia può consumare fino a 170.000 insetti (soprattutto mosche e zanzare) in una stagione.A Reggio Emilia e nelle zone della provincia, la presenza delle rondini è storicamente legata alla civiltà contadina. I loro nidi, a forma di coppa aperta fatti di fango e paglia, si trovano spesso sotto i portici dei centri storici o nelle vecchie stalle della pianura.Le rondini sono estremamente fedeli. Spesso tornano a nidificare esattamente nello stesso edificio dell'anno precedente, riparando il vecchio nido con incredibile precisione.Nonostante la loro familiarità, le rondini sono in declino a causa dell'agricoltura intensiva e della ristrutturazione dei vecchi edifici che chiude i loro accessi preferiti. Vederle sfrecciare tra i tetti di Piazza Prampolini o lungo i canali della nostra bonifica non è solo uno spettacolo estetico, ma un segnale prezioso della salute del nostro ecosistema.Accoglierle con rispetto significa preservare un pezzo fondamentale della nostra identità rurale e naturale. Bentornate a casa!

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Il Beccaccino — Fauna dell'Appennino Reggiano — 07 aprile 2026

Il Beccaccino

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Torniamo alla nostra rubrica della foto del giorno con questo simpatico scatto di Sonia Bottari che ci mostra un meraviglioso Beccaccino (Gallinago gallinago).Un Maestro del CamuffamentoIl Beccaccino è un limicolo dalle forme inconfondibili. Il suo piumaggio è un capolavoro di ingegneria naturale: un mix di striature brune, fulve e crema che lo rendono praticamente invisibile tra le canne e i giunchi. La sua caratteristica più evidente è il lungo becco rettilineo, che può raggiungere i 7 centimetri. Questo strumento non è solo una "lancia", ma un organo sensibilissimo: la punta è ricca di terminazioni nervose che gli permettono di individuare vermi e larve sotto il fango tramite la percezione delle vibrazioni, senza dover vedere la preda.Il volo a "Zig-Zag"Se disturbato, il Beccaccino decolla quasi verticalmente emettendo un richiamo aspro e metallico. La sua fuga è leggendaria: vola compiendo bruschi scarti laterali a zig-zag. Questa tattica serve a disorientare i predatori (e storicamente i cacciatori), rendendolo un bersaglio difficilissimo da seguire. Da questa sua abilità deriva il termine inglese sniper (cecchino), riferito a chi era in grado di colpire un volatile così rapido e imprevedibile.La "Musica" delle penneUna delle curiosità più affascinanti riguarda il corteggiamento. Durante la primavera, il maschio si esibisce in voli acrobatici chiamati "tuffi". Mentre scende in picchiata, apre le timoniere esterne della coda; l'aria, passando attraverso le penne, produce un suono vibrante e tremolante simile a un belato di capra. Per questo motivo, in molte tradizioni popolari, è conosciuto come "capra del cielo".Come habitat frequenta paludi, rive di fiumi e prati allagati. In Italia è svernante e di passo, prediligendo i terreni fangosi dove può affondare il becco con facilità.

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Sguardo di aquila reale — Fauna dell'Appennino Reggiano — 21 marzo 2026

Sguardo di aquila reale

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Con questo regale scatto di Gian Luca Tognon andiamo alla scoperta della Regine di nostri cieli.Parliamo ovviamente dell'Aquila Reale (Aquila chrysaetos), il predatore che domina le vette con un’autorità senza pari.L’Aquila Reale è un gigante dell’aria. Con un'apertura alare che può sfiorare i 2 metri e mezzo, è una macchina perfetta per il volo acrobatico e la caccia. Il piumaggio è di un bruno castano scuro, ma deve il suo nome specifico (chrysaetos, dal greco "aquila d'oro") alle piume dorate che ornano la nuca e il collo, brillando come una corona sotto i raggi del sole.Perché si chiama così?L'aggettivo "Reale" le è stato attribuito per la sua maestosità e per la posizione apicale che occupa nella catena alimentare: non ha predatori naturali, è lei a dettare legge nel suo territorio, che può estendersi fino a 150 km quadrati.I suoi occhi sono proporzionalmente enormi e otto volte più potenti di quelli umani. Può individuare una lepre in movimento a oltre 2 km di distanza.Le sue zampe esercitano una pressione tale da poter spezzare le ossa delle prede. Gli artigli sono la sua vera arma, capaci di afferrare animali pesanti quanto lei.Quando punta una preda, può raggiungere velocità superiori ai 250-300 km/h, diventando un proiettile vivente.L'aquila è, fin dall'antichità, il simbolo del potere divino e terreno:-> Antica Roma: era l'animale sacro a Giove e l'emblema delle legioni romane, simbolo di invincibilità.-> Nativi Americani: le sue penne sono considerate oggetti sacri, ponti tra il mondo degli uomini e quello degli spiriti, donate solo a chi compie atti di grande valore o saggezza.-> Araldica: è il simbolo più utilizzato su stemmi, bandiere e monete in tutto il mondo, rappresentando libertà, coraggio e visione superiore.

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La gazza sul greto — Fauna dell'Appennino Reggiano — 20 marzo 2026

La gazza sul greto

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Oggi con questo curioso scatto di Fabio Vivalda andiamo alla scoperta di uno degli uccelli più famosi del nostro territorio: la Gazza.La Gazza ladra (Pica pica), un uccello che unisce un’eleganza piumata a un’intelligenza fuori dal comune.A prima vista sembra semplicemente bianca e nera. Tuttavia, sotto la luce giusta, il suo piumaggio rivela riflessi metallici blu, verdi e viola, specialmente sulle ali e sulla lunghissima coda. È un corvide robusto, lungo circa 45-50 cm, di cui metà spettano alla coda, che usa come un timone per manovre aeree rapidissime.Perché si chiama Pica pica?Il nome scientifico è una ripetizione del termine latino pica, che indicava proprio questo uccello. L'etimologia si rifà probabilmente alla radice indoeuropea pik-, legata al concetto di "punzecchiare" o al becco appuntito. In italiano, il termine "Gazza" deriva invece dal longobardo agaza.E' uno degli animali più intelligenti del pianeta. È uno dei pochissimi non mammiferi a superare il "test dello specchio": se le viene applicato un bollino colorato sotto il becco, cercherà di rimuoverlo guardandosi riflessa (proprio come nell'immagine!).La fama di "ladra" di oggetti luccicanti è in gran parte una leggenda. Studi recenti suggeriscono che le gazze siano in realtà neofobiche (hanno paura degli oggetti nuovi) e che l'accumulo di tesori sia un comportamento raro, forse legato al gioco o alla curiosità individuale più che a una cleptomania innata.In Europa, la gazza ha una reputazione ambivalente:-> In Italia e nel Regno Unito: è spesso presagio di sventura o legata alle streghe. Esiste una famosa filastrocca inglese (One for Sorrow) che conta le gazze viste per predire il futuro.-> Al contrario, in Cina e Corea è simbolo di buon auspicio e gioia. Il suo canto annuncia l'arrivo di ospiti graditi o buone notizie.

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Pendolino tra le canne — Fauna dell'Appennino Reggiano — 19 marzo 2026

Pendolino tra le canne

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Con questo simpaticissimo scatto di Francesco Valente torniamo a parlare del "Pendolino" e di tutti quegli uccellini che popolano i canneti del nostro territorio.L'ambiente della palude è un ecosistema di transizione, un mondo sospeso tra terra e acqua dove la vita pulsa con ritmi segreti. Il cuore di questo habitat è il canneto, una fitta muraglia di canne di palude (Phragmites australis) che si estende lungo le rive di laghi, fiumi e zone umide. Questo mare di steli flessibili non è solo un elemento paesaggistico, ma una vera e propria "città verticale" per una schiera di piccoli uccelli specializzati.Tra i maestri della sopravvivenza in questo groviglio vegetale spiccano specie affascinanti:-> La Cannaiola e il Cannareccione: sono i veri "acrobati" delle canne. Costruiscono nidi a forma di coppa, intrecciati magistralmente intorno a 3 o 4 steli verticali. Questi nidi sono progettati per scivolare verso l'alto o verso il basso se il livello dell'acqua sale o se le canne crescono, evitando che le uova finiscano sommerse.-> Il Pendolino: celebre per il suo nido a forma di "fiasco" o borsa, appeso alle estremità dei rami più flessibili (spesso salici vicino alle canne). È un capolavoro di ingegneria naturale fatto di fibre vegetali e piumino.-> Il Basettino: Con i suoi lunghi baffi neri (nel maschio), si muove agilmente alla base dei canneti, nutrendosi di insetti in estate e dei semi delle canne in inverno.Perché vivere nel folto delle canne?L'adattamento a questo ambiente estremo risponde a tre necessità fondamentali:Il canneto è una barriera fisica quasi impenetrabile. I predatori più grandi (come i rapaci) non possono manovrare tra gli steli stretti, mentre i predatori terrestri sono scoraggiati dal fango e dall'acqua profonda alla base.Le paludi, poi, sono tra gli ecosistemi più produttivi al mondo. In estate, le canne brulicano di insetti, larve e ragni; in inverno, i pennacchi delle canne offrono una riserva di semi vitale per chi non migra.Questi uccellini hanno sviluppato zampe forti con dita lunghe e prensili, che permettono loro di "abbracciare" verticalmente le canne e di muoversi con rapidità senza dover mai toccare il suolo.Il canneto è quindi un rifugio sicuro, una dispensa sempre piena e una nursery protetta, a patto di saperne interpretare i fragili equilibri.

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Il codirossone — Fauna dell'Appennino Reggiano — 18 marzo 2026

Il codirossone

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Con Giacomo Salomone torniamo a parlare di avifauna e biodiversità per andare alla scoperta del coloratissimo Codirossone.Il Codirossone (Monticola saxatilis) è un piccolo capolavoro di colori che anima i versanti più selvaggi e soleggiati delle nostre montagne. Lo si trova spesso appostato su ruderi, creste rocciose o pascoli d'alta quota, dove sorveglia il territorio come una sentinella piumata.Come potete vedere dalla splendida immagine, il maschio di Codirossone è inconfondibile per il suo contrasto cromatico quasi esotico:La testa e il dorso presentano una delicata tonalità azzurro-cenere o blu pastello, che sfuma nel nero delle ali. Il petto e il ventre, invece, splendono di un arancione bruciato o ruggine molto intenso. La coda è l'elemento che gli dà il nome (cauda russa, coda rossa), corta e di un colore fulvo-aranciato che spicca nettamente quando l'uccello prende il volo.A differenza del Codirosso comune o di quello spazzacamino, che frequentano spesso giardini e città, il Codirossone è un amante della libertà selvaggia. Predilige gli ambienti montani (dai 1000 metri in su, fino alle vette appenniniche e alpine) caratterizzati da aree aperte, pietraie e praterie.È un migratore instancabile: trascorre l'inverno nell'Africa sub-sahariana per poi tornare in Italia a primavera inoltrata (aprile-maggio) per nidificare. Il suo canto è melodioso e flautato, spesso emesso durante un caratteristico volo nuziale "a paracadute", con il quale scende verso una roccia con le ali e la coda ben spiegate.

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Cascata d'Appennino — Paesaggi dell'Appennino Reggiano — 17 marzo 2026

Cascata d'Appennino

Paesaggi

Scomodiamo ancora una volta Mirco Trivellato per andare alla scoperta di un territorio affascinante e poco distante da noi.La Lunigiana è una terra di confine dove il tempo sembra essersi fermato, un mosaico di boschi fitti, borghi in pietra e vette apuane che vigilano dall'alto. Incastonata tra Toscana e Liguria, questa regione offre un itinerario che unisce il cuore pulsante della terra alla maestosità della storia medievale.Il viaggio inizia Equi Terme, un borgo incastonato in una gola selvaggia. Qui l’acqua è la protagonista assoluta: dalle sorgenti termali che offrono ristoro da secoli, alla spettacolare Buca di Equi, un complesso carsico che rivela i segreti geologici della regione. È un luogo di contrasti, dove la verticalità delle Alpi Apuane abbraccia la frescura delle grotte.Spostandosi verso la Garfagnana, ma restando nel raggio d’influenza storica di queste valli, si staglia la Fortezza delle Verrucole. Questa sentinella di pietra domina la valle dall'alto di un rilievo di roccia sedimentaria (le "verruche", appunto). Restaurata con maestria, oggi è un museo vivente che permette di rivivere l'atmosfera del Ducato d'Este: camminando tra le sue mura merlate, lo sguardo spazia su un orizzonte di castelli e foreste, rendendo tangibile l'importanza strategica di questa terra di passaggio.Perché si chiama "Lunigiana"?Il nome deriva dall'antica e potente città romana di Luni, fondata nel 177 a.C. alla foce del fiume Magra. Sebbene oggi Luni sia un sito archeologico, nel Medioevo era il centro amministrativo e religioso (sede vescovile) di tutto il territorio circostante.Il termine Lunidiana o Lunigiana indicava originariamente il "territorio di competenza di Luni".Il nome della città stessa rendeva omaggio a Luna, la dea romana, probabilmente a causa della forma a falce del porto o dello splendore del marmo bianco delle vicine cave, che faceva brillare la costa sotto la luce notturna.

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