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Foto del Giorno

Le foto meteorologiche piu belle di Reggio Emilia

Pullo di Codibugnolo — Fauna dell'Appennino Reggiano — 07 giugno 2026

Pullo di Codibugnolo

Fauna

Il tenerissimo scatto della fotografa naturalista Assunta Ianni ci regala un ritratto ravvicinato di rara bellezza e dolcezza: un giovanissimo esemplare, o più tecnicamente un pullo, di Codibugnolo (Aegithalos caudatus). Arruffato, rotondo e con lo sguardo curioso tipico dei novelli che hanno da poco lasciato il nido, questo piccolo volatile sembra un vero e proprio batuffolo di ovatta sospeso su un ramo.Il Codibugnolo adulto è celebre per essere uno degli uccelli più piccoli e aggraziati d'Europa, caratterizzato da una coda lunghissima (che da sola supera la lunghezza del corpo) e da un piumaggio candido sfumato di rosa e nero.I giovani, come quello magistralmente immortalato in questa foto, presentano alcune differenze affascinanti rispetto ai genitori:-> Il piumaggio: i colori sono più opachi e mancano ancora delle accese sfumature rosate. La testa mostra vistose bande laterali scure che incorniciano la faccia bianca, dandogli un'espressione quasi "mascherata".-> L'anello oculare: nei giovani, la pelle nuda intorno all'occhio mostra una colorazione che va dal giallastro al rossiccio chiaro, che col tempo diventerà il classico e brillante anello palpebrale rosso-vivo degli adulti.I Codibugnoli sono uccelli straordinariamente sociali. Costruiscono un nido a forma di sacco ellittico, un capolavoro di architettura fatto di muschio, licheni e ragnatele, foderato all'interno con migliaia di soffici piume. Quando i piccoli lasciano il nido, tendono a posizionarsi tutti in fila, stretti stretti su un unico ramo per scaldarsi e mimetizzarsi. Un'altra curiosità unica è il "cooperative breeding": se una coppia perde il proprio nido, non è raro che aiuti i vicini ad allevare i loro pulli, comportandosi come veri e propri zii protettivi!Un grande applauso ad Assunta Ianni per aver catturato l'essenza fragile e meravigliosa della nuova vita che popola i nostri boschi.

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Verzellino — Fauna dell'Appennino Reggiano — 06 giugno 2026

Verzellino

Fauna

Il meraviglioso e nitidissimo scatto di Simone Riviello ci regala un primo piano eccezionale di uno dei piccoli abitanti più vivaci e canterini dei nostri parchi, campagne e giardini: il Verzellino (Serinus serinus). Questo minuscolo fringillide, stretto parente del canarino selvatico, è un concentrato di energia e colori che riempie di vita i rami più alti degli alberi fin dall'inizio della primavera.Il Verzellino è uno degli uccelli più piccoli d'Europa (pesa appena 10-12 grammi). Il maschio si riconosce facilmente per le sue tonalità giallo-verdi brillanti, particolarmente accese sul petto, sulla fronte e sul sopracciglio, contrastate da evidenti striature scure sui fianchi e sul dorso. È un instancabile cantante: durante il periodo riproduttivo si esibisce in un canto rapidissimo, una sorta di "frizzante" e ininterrotto squittio vitreo, spesso eseguito mentre compie un caratteristico volo nuziale sfarfallante, simile a quello di una farfalla.A causa del piumaggio giallo-verdastro, i meno esperti tendono spesso a confonderlo con altri piccoli volatili. Ecco come distinguerli a colpo d'occhio:-> Dal Verdone (Chloris chloris): il Verdone è decisamente più grande e robusto (quasi il doppio), ha un becco conico molto più massiccio e, soprattutto, non ha le fitte striature scure sui fianchi tipiche del Verzellino. Il Verdone mostra inoltre vistose macchie giallo vivo sui bordi delle ali e della coda.-> Dal Lucherino (Spinus spinus): il Lucherino ha dimensioni simili, ma il maschio possiede due tratti inconfondibili che al Verzellino mancano del tutto: un capuccino nero (vertice della testa nero) e una macchietta nera sotto il becco (il bavaglino). Inoltre, il Lucherino frequenta i nostri territori quasi solo in inverno.Un grande plauso a Simone Riviello per essere riuscito a immortalare con millimetrica precisione i dettagli e i colori di questo splendido e fulmineo folletto alato!

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Biacco. — Fauna dell'Appennino Reggiano — 05 giugno 2026

Biacco.

Fauna

Questo incredibile scatto di Bruno Zavattin ci porta nel cuore della natura più autentica, catturando un momento spettacolare e spesso frainteso della fauna locale: due esemplari di Biacco (Hierophis viridiflavus) eretti e magnificamente intrecciati tra l'erba.A prima vista, l'eleganza di questi movimenti sinuosi fa subito pensare a una danza di corteggiamento tra un maschio e una femmina. In realtà, la scienza ci rivela un retroscena ben diverso e ancora più affascinante: nella stragrande maggioranza dei casi, questo antico rituale non è un ballo d'amore, ma un combattimento rituale tra due maschi.⚔️ Il "Combat Dance" per il territorio e le femmineDurante la stagione degli amori (che avviene in primavera), i maschi di biacco competono duramente per il diritto di accoppiarsi con le femmine della zona. Non possedendo arti o veleno, la sfida si trasforma in una prova di pura forza fisica:Il rituale: I due rivali sollevano la parte anteriore del corpo, si guardano e iniziano ad aggrovigliarsi l'uno con l'altro, cercando di sovrastarsi a vicenda.L'obiettivo: Lo scopo non è uccidere o ferire a morte l'avversario, ma dimostrare la propria superiorità muscolare. Vince chi riesce letteralmente a "schiacciare" a terra la testa del rivale per più tempo. Lo sconfitto si ritirerà, lasciando il campo (e le femmine) al vincitore.🦎 Conosciamo il BiaccoIl biacco (conosciuto localmente anche come frustone o mirauda) è uno dei serpenti più comuni, agili e veloci delle nostre campagne e zone collinari. È un rettile totalmente innocuo e non velenoso, fondamentale per l'ecosistema poiché si nutre di piccoli roditori, insetti e lucertole. Se disturbato, preferisce la fuga fulminea, ma se messo alle strette sa dimostrare un carattere molto fiero ed eretto, proprio come l'atteggiamento fiero immortalato in questa splendida fotografia.Un plauso a Bruno Zavattin per aver colto l'attimo perfetto di una natura tanto misteriosa quanto spettacolare!#MeteoReggio #BrunoZavattin #Biacco #FaunaLocale #SerpentiItaliani #FotografiaNaturalistica #Rettili #Biodiversità

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Ossario del Cimone — Astronomia dell'Appennino Reggiano — 03 giugno 2026

Ossario del Cimone

Astronomia

Con la splendida "foto del giorno" di oggi, grazie all'eccezionale scatto notturno di Raffaele Perulli, usciamo temporaneamente dai confini della nostra regione per spostarci in Veneto, sul massiccio prealpino, alla scoperta di uno dei sacrari più evocativi e toccanti d'Italia: l'Ossario del Monte Cimone, in provincia di Vicenza.L'immagine è un vero capolavoro di fotografia paesaggistica e astronomica. Sfruttando la tecnica dello startrail (una fusione di scatti prolungati nel tempo per registrare la rotazione della Terra), Raffaele ha trasformato il cielo notturno in un'ipnotica spirale geometrica. Le scie luminose degli astri sembrano ruotare in cerchi perfetti attorno alla Stella Polare, posizionata quasi millimetricamente sopra la monumentale guglia dell'ossario, illuminato da una suggestiva luce calda che squarcia il buio.📜 La tragica storia del fronte e la mina del 1916Il Monte Cimone di Tonezza (1226 m s.l.m.) fu uno dei teatri più cruenti e strategici della Prima Guerra Mondiale, aspramente conteso durante la Strafexpedition austriaca. La montagna divenne tragicamente famosa per la spietata guerra sotterranea. Il 23 settembre 1916, gli ingegneri austro-ungarici fecero brillare una mina colossale contenente oltre 14.200 kg di esplosivo posizionata sotto le linee italiane. L'esplosione sventrò letteralmente la cima del monte, inghiottendo e seppellendo vivi in pochi istanti centinaia di soldati della Brigata Sele.Proprio sopra quel drammatico cratere, diventato una gigantesca fossa comune, venne eretto l'attuale Ossario, inaugurato nel 1929. La struttura, progettata dall'architetto Thomaseo in pietra calcarea locale, si eleva con una slanciata cuspide piramidale sopra un basamento quadrato ad archi. Al suo interno riposano i resti di 1.210 soldati italiani, di cui ben 1.113 rimasti per sempre ignoti.Un'immagine straordinaria che unisce la tecnica fotografica a un profondo rispetto storico: il movimento eterno del cosmo che continua a vegliare sul silenzio e sul sacrificio di un'intera generazione.

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Accoppiamento Ghiandaie  Marine — Fauna dell'Appennino Reggiano — 02 giugno 2026

Accoppiamento Ghiandaie Marine

Fauna

La straordinaria fotografia di Maurizio Berni ci regala un momento intimo e spettacolare: l’accoppiamento di una coppia di Ghiandaie marine (Coracias garrulus). Questo volatile, straordinario migratore estivo, è celebre per la sua livrea dai colori caraibici. Ma oltre a lasciarci a bocca aperta, questo scatto è perfetto per esplorare uno dei più grandi capolavori dell'evoluzione: il piumaggio degli uccelli.🔍 Piuma vs Penna: qual è la differenza?Spesso usati come sinonimi, questi due termini indicano strutture con scopi e anatomie completamente differenti:Le Penne: Sono quelle ben visibili sulle ali (remiganti) e sulla coda (timoniere). Hanno una struttura rigida, un asse centrale (rachide) e sono fatte per l'aerodinamica. Servono a fendere l'aria, dare portanza e permettere il volo. Nello scatto, le penne spiegate del maschio mostrano un profondo blu oltremare.Le Piume: Si trovano sotto le penne, a diretto contatto con la pelle. Sono corte, soffici e prive di un asse rigido. Il loro compito principale è l'isolamento termico: intrappolano uno strato d'aria riscaldato dal corpo del volatile, proteggendolo sia dal gelo delle alte quote sia dalla calura estiva.🎨 Curiosità: la fisica dietro i colori chimici e strutturaliI colori turchese e azzurro che ammiriamo nella foto nascondono un segreto fisico. Molti uccelli ottengono i colori caldi (giallo, rosso) dai pigmenti chimici del cibo. L'azzurro della Ghiandaia marina, invece, è un colore strutturale. Le sue penne non contengono un pigmento blu; la colorazione è dovuta all'interazione della luce con la microscopica struttura della cheratina, che riflette solo le lunghezze d'onda dell'azzurro.Inoltre, durante la stagione riproduttiva, un piumaggio lucido e dai colori vividi è il principale "biglietto da visita" per corteggiare: indica un partner in perfetta salute e con ottimi geni, fondamentale per garantire la sopravvivenza della specie.

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Tasso nell'Appennino Reggiano — Fauna dell'Appennino Reggiano — 31 maggio 2026

Tasso nell'Appennino Reggiano

Fauna

Il bellissimo e ravvicinato scatto di Antonio Macioce ci porta a tu per tu con il Tasso (Meles meles), uno dei mammiferi più affascinanti, ma difficili da avvistare durante il giorno, del nostro territorio. Con la sua inconfondibile "mascherina" a strisce bianche e nere sul muso, questo splendido esemplare sembra fermarsi un istante tra l'erba e le margherite del prato, mostrandoci fiero i tratti distintivi della sua specie.🔍 Caratteristiche e mimetismo "al contrario"Il tasso ha un corpo robusto e tarchiato, zampe corte ma fortissime e munite di unghioni non retrattili, veri e propri badili naturali perfetti per scavare. La colorazione del muso è un classico esempio di aposematismo: le strisce contrastanti non servono a mimetizzarsi, ma a lanciare un avvertimento chiaro ai potenziali predatori nella semioscurità del bosco, segnalando che l'animale, se messo alle strette, sa difendersi con estrema decisione.🦉 Abitudini notturne e vita socialeIl tasso è un animale prevalentemente crepuscolare e notturno. Passa le ore del giorno al sicuro nel sottosuolo, all'interno di tane straordinariamente complesse chiamate "tassaie". Questi sistemi di gallerie, tramandati di generazione in generazione e costantemente ampliati, possono estendersi per decine di metri, includendo numerose camere da letto rivestite di foglie secche, uscite di sicurezza e persino "lettiere" separate usate come servizi igienici esterni. A differenza di altri carnivori, è un animale pacifico che ama la vita sociale, arrivando a condividere la tana con interi gruppi familiari (i clan).🍇 Una curiosità: un "falso" carnivoroSebbene sia classificato tra i carnivori, il tasso è in realtà un onnivoro opportunista. La sua dieta è incredibilmente varia e cambia a seconda delle stagioni: va pazzo per i lombrichi (ne può mangiare a centinaia in una sola notte), ma si nutre volentieri di insetti, lumache, piccoli roditori, ghiande, radici, frutta caduta dagli alberi e persino funghi.Un incontro prezioso e immortalato magistralmente, che testimonia la ricchezza e la salute della fauna selvatica che popola i boschi e le colline del nostro Appennino.

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Cascata della Carvara, Vallisnera. — Flora dell'Appennino Reggiano — 30 maggio 2026

Cascata della Carvara, Vallisnera.

Flora

Il bellissimo scatto di Andrea Poletti ci riporta nel cuore più fresco e selvaggio dell'Appennino Reggiano, svelandoci un piccolo gioiello della natura: la Cascata della Carvara. Situata nei pressi dello storico borgo di Vallisnera (comune di Ventasso), questa cascata rappresenta alla perfezione l'essenza e la dinamicità dei nostri torrenti di montagna.L'inquadratura coglie magistralmente il salto netto dell'acqua che si fa strada lungo una stretta gola rocciosa. Le pareti di roccia scura e stratificata, colonizzate da muschi verdi e felci amanti dell'umidità, incorniciano il flusso spumeggiante che termina la sua corsa in un limpido laghetto naturale. Questo piccolo specchio d'acqua ha una caratteristica che lo rende celebre tra gli escursionisti: grazie alla profonda ombra della gola e all'origine sorgiva del torrente, le sue acque rimangono gelide e rinfrescanti anche nel cuore dell'estate, offrendo un microclima perfetto per sfuggire alla calura della pianura.🗺️ Come raggiungerlaLa Cascata della Carvara è una meta ideale per una breve escursione alla portata di tutti. Il percorso si sviluppa a partire dalla borgata inferiore di Vallisnera: il sentiero, ben segnalato, parte proprio in corrispondenza del parcheggio situato davanti allo storico bar del paese. Da lì, un breve e suggestivo cammino immerso nel bosco e accompagnato dal rumore costante dell'acqua conduce direttamente al cospetto di questa oasi nascosta.Uno scatto che non è solo una splendida testimonianza fotografica, ma anche un invito a scoprire il ricco patrimonio idrografico del nostro Appennino, dove l'acqua continua a scavare la roccia e a regalare angoli di intatta bellezza.

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Passo croce (LU) — Paesaggi dell'Appennino Reggiano — 29 maggio 2026

Passo croce (LU)

Paesaggi

Il meraviglioso scatto di Doria Luisi cattura l'atmosfera sospesa e primordiale del Passo Croce (1.151 m s.l.m.), uno dei valichi più spettacolari e panoramici delle Alpi Apuane, situato nel comune di Stazzema (LU). L'immagine immortala magistralmente il contrasto tra le aspre creste rocciose illuminate dalla luce calda, un mare di nebbia che accarezza i fondovalle e, sullo sfondo, l'orizzonte dove il cielo si fonde con il Mar Ligure.🌅 Un panorama unico tra vette e mareIl Passo Croce è una vera e propria terrazza naturale. Da questo punto di vista privilegiato l'occhio può spaziare sulla selvaggia imponenza del Monte Corchia (noto per il suo immenso complesso carsico sotterraneo) e sui torrioni calcarei dei Torrioni del Corchia e del Pizzo d'Alpe. Nelle giornate più terse, lo sguardo non solo abbraccia la costa versiliese e le isole dell'Arcipelago Toscano, ma si spinge fino alla Corsica e alle vette innevate delle Alpi Marittime, regalando una commistione unica tra paesaggio alpino e marino.🔬 La geologia del posto: il cuore di marmo delle ApuaneDal punto di vista geologico, la zona del Passo Croce e del vicino Corchia è un libro aperto sulla storia della Terra. Le Alpi Apuane non sono montagne "ordinarie": a differenza del vicino Appennino, costituiscono una finestra tettonica che mostra rocce antichissime e profondamente metamorfosate.L'area è composta prevalentemente da calcari nativi risalenti a oltre 190 milioni di anni fa, che sotto l'effetto di enormi pressioni e temperature dovute allo scontro delle placche tettoniche si sono trasformati nel celebre Marmo delle Apuane. Lo scatto evidenzia i ripidi versanti grigio-argentei, segnati da paleo-frane e ravaneti (i cumuli di scarto delle storiche cave di marmo della zona, come la vicina Cava dei Fani), che conferiscono al paesaggio quell'aspetto aspro e lunare che affascina geologi e alpinisti di tutto il mondo.

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Occhione — Fauna dell'Appennino Reggiano — 28 maggio 2026

Occhione

Fauna

La splendida fotografia di Maurizio Berni ci regala un incontro ravvicinato con uno degli uccelli più affascinanti, elusivi e misteriosi del nostro territorio: l'Occhione (Burhinus oedicnemus). Perfettamente mimetizzato tra i sassi e la vegetazione secca, questo esemplare sembra sfidare l'obiettivo con il suo sguardo magnetico.Il curioso nome comune di questo animale balza all'occhio immediatamente guardando la foto: è dovuto ai suoi grandi occhi gialli, sproporzionati rispetto alla testa. Questa caratteristica fisica non è casuale, ma è un adattamento evolutivo fondamentale per la sua sopravvivenza. L'Occhione possiede inoltre un piumaggio striato sui toni del beige, del bruno e del sabbia, che gli garantisce un mimetismo perfetto (criptismo) nei terreni aridi e ghiaiosi, rendendolo quasi invisibile quando resta immobile.I grandi occhi gialli servono all'Occhione per le sue abitudini crepuscolari e notturne. È proprio dopo il tramonto che l'animale si attiva per cacciare insetti, molluschi, vermi e piccoli roditori. Durante il giorno, invece, preferisce restare accovacciato a terra, confidando interamente nel suo piumaggio mimetico per sfuggire ai predatori. Se minacciato a distanza, preferisce allontanarsi correndo velocemente sulle lunghe zampe gialle anziché spiccare il volo. Il suo verso, udibile soprattutto di notte, è un fischio malinconico e potente che ricorda quello del chiurlo.L'Occhione è un uccello migratore che frequenta l'Italia soprattutto in primavera e in estate per riprodursi. Il suo habitat ideale è rappresentato da ambienti aperti, aridi e selvaggi:-> I greti sassosi dei fiumi e dei torrenti (i "greti dei fiumi" della nostra Pianura Padana e dell'Appennino).-> Zone della costa con dune sabbiose, praterie aride, pascoli e campi coltivati estensivi.La presenza di questa specie è un indicatore di ambienti fluviali e rurali ancora integri e poco disturbati dall'antropizzazione. Uno scatto magistrale che premia la pazienza del fotografo e celebra la biodiversità nascosta del nostro territorio.

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Tartaruga Palustre Europea — Fauna dell'Appennino Reggiano — 27 maggio 2026

Tartaruga Palustre Europea

Fauna

La straordinaria fotografia di William Vivarelli accende i riflettori su un vero e proprio tesoro della nostra biodiversità: la Tartaruga palustre europea (Emys orbicularis), l'unica specie di tartaruga acquatica autoctona (originaria) del nostro Paese.Nello scatto emerge tutta la sua bellezza: il carapace scuro, elegante e slanciato, e la pelle punteggiata di un giallo brillante che la rende inconfondibile mentre si scalda al sole su un tronco, attività vitale per regolare la sua temperatura corporea (termoregolazione).Oggi la nostra Emys sta combattendo una dura battaglia per la sopravvivenza. La minaccia principale viene da lontano, ed è legata all'introduzione della famigerata Tartaruga palustre americana (Trachemys scripta), quella dalle "orecchie rosse o gialle" venduta per decenni nei negozi di animali e poi massicciamente abbandonata nei nostri fiumi e laghi quando diventava troppo grande.Le Trachemys sono più aggressive, crescono più rapidamente e sottraggono alla specie nativa i siti di sosta migliori e il cibo. A questo si aggiunge la distruzione sistematica del suo habitat originario causata dall'inquinamento delle acque, dalle bonifiche e dalla frammentazione dei corsi d'acqua.La presenza della Tartaruga palustre europea è un fondamentale bioindicatore: la sua sopravvivenza testimonia la salute e la purezza degli ambienti acquatici e delle zone umide d'acqua dolce. Come predatore si nutre di piccoli invertebrati, pesci malati e carogne, svolgendo un ruolo di pulizia ecologica insostituibile.Per salvarla dall'estinzione sono attivi diversi progetti scientifici e di conservazione a livello nazionale ed europeo (come i progetti LIFE). Gli interventi sul campo prevedono:-> Il ripristino e la protezione delle zone umide protette.-> Centri di riproduzione assistita in cattività per rilasciare i giovani esemplari in natura quando sono abbastanza forti.-> Campagne di eradicazione e controllo delle specie aliene invasive.Un'immagine che non è solo arte fotografica, ma un profondo promemoria sulla necessità di tutelare i delicati equilibri della fauna di casa nostra.

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Dal Passo della Cisa ai Prati di Sara — Paesaggi dell'Appennino Reggiano — 26 maggio 2026

Dal Passo della Cisa ai Prati di Sara

Paesaggi

Che meraviglia i Prati di Sara e il Passo della Cisa in questa veste primaverile! Gli scatti di Mauro Malvolti (Appennino Dentro l'Obiettivo) catturano alla perfezione quel momento magico in cui i prati si riempiono di fioriture gialle e blu, mentre le vette conservano le ultime spettacolari venature di neve prima che l'estate prenda il sopravvento. C'è persino una marmotta a godersi il tiepido sole di maggio!Le splendide immagini ravvicinate dei faggi solitari e della prateria d'alta quota introducono a pennello il concetto naturalistico di cui parli: il "limite degli alberi" (o tree line).A livello naturalistico, il limite degli alberi è la linea di transizione ecologica (ecotono) oltre la quale le condizioni ambientali diventano troppo severe per permettere agli alberi di crescere e sopravvivere. Non si tratta quasi mai di un taglio netto, ma di una fascia in cui gli alberi diventano progressivamente più radi, piccoli e contorti, fino a scomparire del tutto per lasciare spazio alle praterie d'alta quota e alle rocce nude.Sull'Appennino Settentrionale questo limite si attesta mediamente tra i 1700 e i 1800 metri di altitudine.La scomparsa degli alberi salendo in quota è dettata da fattori climatici e fisiologici ben precisi:La temperatura estiva: Il fattore principale non è il gelo invernale, ma il calore estivo. Gli alberi hanno bisogno di una stagione vegetativa in cui la temperatura media sia di almeno 10°C per almeno un mese o due. Se fa troppo freddo in estate, la pianta non riesce a produrre abbastanza zuccheri tramite la fotosintesi per mantenere strutture legnose imponenti come il tronco.Il vento e il peso della neve: In inverno, i venti d'alta quota uniti al ghiaccio "potano" letteralmente i rami. La neve pesante spezza i fusti giovani. Per questo motivo, gli ultimi alberi che vedi vicino al limite assumono spesso forme a cespuglio o deformate dal vento (chiamati in termine tecnico Krummholz).Il suolo sottile: Più si sale, più lo strato di terra fertile si assottiglia. Le rocce affioranti impediscono alle grandi radici di ancorarsi saldamente.Nel nostro Appennino il re indiscusso di questo limite è il Faggio. Quando cammini nei Prati di Sara, noti subito alberi maestosi ma isolati, oppure piccoli gruppi che crescono vicini per proteggersi a vicenda.Oltre quella quota, la foresta si arrende e cede il passo alla brughiera da alta quota (il mirtilleto) e alle praterie alpine. È una vera e propria frontiera biologica: superato il limite degli alberi cambiano completamente la fauna (compaiono stabilmente animali come la marmotta visibile negli scatti di Mauro) e la flora, adattata a vivere raso terra per sfuggire al vento e conservare il calore del suolo.

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