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Foto del Giorno

Le foto meteorologiche piu belle di Reggio Emilia

Foto del 08 marzo 2026

La foto di oggi è uno splendido scatto di Maurizio Berni che ci mostra un'importante anfibio del nostro territorio.Snella, agile e sorprendentemente elegante nei suoi movimenti, la Rana dalmatina, conosciuta anche come rana agile, è uno degli anfibi più comuni dei boschi e delle zone umide dell’Europa centro-meridionale, compresa gran parte dell’Italia. Si riconosce per il corpo slanciato, il muso appuntito e soprattutto per le lunghe zampe posteriori, che le permettono di compiere salti notevoli, spesso superiori al metro di distanza.Il suo colore varia dal beige al marrone rossastro, una tonalità perfetta per mimetizzarsi tra foglie secche e sottobosco. Una caratteristica distintiva è la macchia scura che parte dall’occhio e si estende verso il timpano, come una sorta di “mascherina” naturale. A differenza di molte altre rane, la rana dalmatina trascorre gran parte della vita lontano dall’acqua, preferendo ambienti umidi come boschi, siepi e prati ombreggiati.L’acqua diventa però fondamentale all’inizio della primavera, quando questi anfibi tornano a stagni, fossi e piccole raccolte d’acqua per la riproduzione. In questo periodo i maschi emettono richiami piuttosto sommessi, una serie di suoni brevi e profondi che spesso passano inosservati. Le femmine depongono ammassi gelatinosi di uova che, nel giro di poche settimane, daranno origine ai girini.La rana dalmatina è anche un prezioso indicatore della salute degli ecosistemi. Come molti anfibi, infatti, è molto sensibile all’inquinamento e alla perdita di habitat: la sua presenza segnala ambienti ancora relativamente integri e ricchi di biodiversità.Silenziosa e discreta, questa rana è una vera abitante del sottobosco. Spesso la si scopre solo quando, avvicinandosi lungo un sentiero, compie un balzo improvviso tra le foglie secche. Un piccolo scatto fulmineo che ricorda quanto la natura sappia essere piena di vita anche nei luoghi più apparentemente tranquilli. 🐸🌿

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Foto del 07 marzo 2026

Ancora un bellissimo scatto serale di Mirco Trivellato, l'opera è una veduta panoramica notturna che gioca sul contrasto tra la solidità della pietra e l'evanescenza delle nuvole.Sulla sinistra domina una piccola maestà (o cappella votiva) in pietra locale, tipica dei sentieri montani toscani. La sua struttura rustica e l'arco a sesto acuto incorniciano il buio dell'interno, fungendo da ancora visiva per l'osservatore.La valle sottostante è completamente sommersa da una coltre di nubi (nebbia di avvezione). Le luci delle città in pianura filtrano attraverso il vapore, creando un bagliore dorato e arancione che riscalda la parte inferiore dello scatto.Al di sopra della foschia, il cielo è limpido e di un blu profondo, punteggiato da stelle nitide. Si possono notare anche i profili scuri delle cime circostanti che emergono come isole da un mare bianco. Si, ma dove ci troviamo? Siamo al Passo Croce (1.149 m s.l.m.)!Il Passo Croce è uno dei punti panoramici più spettacolari e accessibili delle Alpi Apuane meridionali, nel comune di Stazzema (vicino a Seravezza). Funge da spartiacque tra la Versilia e l'entroterra montuoso. Da qui si gode di una vista privilegiata sul Monte Corchia (famoso per il suo antro e le cave) e sul Monte Pania della Croce. Il passo è attraversato da vie asfaltate e sterrate che portano alle cave di marmo (come quelle del Faniello), testimoniando il legame millenario tra l'uomo e la pietra di queste montagne.Grazie all'altitudine e alla parziale protezione delle vette circostanti, è un luogo molto amato dai fotografi notturni per immortalare la Via Lattea o, come in questo caso, l'effetto "fog sea" sopra la Versilia.La luce che vedete riflettersi sotto le nuvole proviene probabilmente dalle zone abitate di Seravezza, Pietrasanta e Forte dei Marmi. In notti come questa, il Passo Croce permette di sentirsi "sopra il mondo", separati dal caos cittadino da un soffice muro di nebbia.

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Foto del 04 marzo 2026

Serate di Luna Piena (nuvole permettendo) e approfittiamo di questo fantastisco scatto di Massimiliano Pedersoli per parlare di uno dei suoi crateri più iconici.Il cratere Copernicus è uno dei lineamenti più rappresentativi e spettacolari della Luna, spesso definito "il Monarca della Luna" per la sua maestosità e la sua posizione isolata.Situato nella parte orientale dell'Oceanus Procellarum (Oceano delle Tempeste), Copernicus è un classico esempio di cratere d'impatto relativamente "giovane" (circa 800 milioni di anni). Ha un diametro di circa 93 km e una profondità di 3,8 km. I suoi bordi sono nettamente terrazzati, creando una sorta di anfiteatro naturale che scende verso il fondo piatto.Una delle caratteristiche più evidenti di Copernicus è il suo gruppo di picchi centrali, che si elevano per circa 1,2 km dal fondo. Questi non sono vulcani, ma il risultato di un processo fisico impressionante: Rimbalzo Elastico: durante l'impatto, l'energia è tale che la roccia profonda si comporta momentaneamente come un fluido. Sollevamento: una volta che la pressione dell'impatto svanisce, la crosta "rimbalza" verso l'alto per ripristinare l'equilibrio gravitazionale, solidificandosi poi in queste cime montuose.Questi monti sono preziosi per gli scienziati perché portano in superficie materiali provenienti da strati profondi della crosta lunare che altrimenti rimarrebbero inaccessibili. Durante la Luna piena, Copernicus è facilmente visibile anche con un piccolo binocolo grazie alla sua estesa raggiera di materiale chiaro (ejecta), che si estende per oltre 800 km sulla superficie scura dei mari. La sua formazione segna l'inizio dell'era geologica lunare chiamata, appunto, Copernicano.-> Apollo 12: Questa missione atterrò non lontano da Copernicus. Sebbene l'obiettivo non fosse il cratere stesso, gli astronauti raccolsero campioni di polvere che si ritiene facciano parte della raggiera creata dal suo impatto.

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Foto del 02 marzo 2026

Con Maurizio Berni andiamo alla scoperta di uno degli uccelli più eleganti del panorama europeo e che spesso sorvola il reggiano con spettacolari stormi in migrazione.La Gru cenerina (Grus grus) è un vero simbolo di libertà e perseveranza.Alta circa 120 cm con un’apertura alare che può sfiorare i 240 cm, si riconosce per il piumaggio grigio ardesia (da cui il nome "cenerina"). I tratti distintivi sono concentrati sul capo: una livrea nera su gola e fronte, una striscia bianca che scende lungo il collo e una caratteristica macchia rossa sulla nuca, che altro non è che una porzione di pelle nuda e vascolarizzata.Le lunghe zampe nere le permettono di muoversi agilmente in zone umide e campi coltivati, dove si nutre di un mix onnivoro di semi, radici, insetti e piccoli vertebrati.Due elementi rendono la gru unica nel regno animale:-> La Danza: anche fuori dal periodo riproduttivo, le gru si esibiscono in balletti spettacolari fatti di inchini, salti e battiti d'ali. È un modo per rafforzare i legami sociali e di coppia.-> Il "Trombettio": grazie a una trachea molto lunga e convoluta, emettono un richiamo potente e metallico, udibile a chilometri di distanza, che accompagna le loro spettacolari migrazioni a forma di "V".La gru è protagonista di miti in quasi ogni cultura:-> Antica Grecia: era sacra ad Apollo e considerata messaggera di saggezza. Si narrava che, per fare la guardia durante la notte, la gru reggesse un sasso con una zampa: se si fosse addormentata, il sasso cadendo l'avrebbe svegliata (simbolo di vigilanza).-> Oriente: in Giappone è simbolo di longevità e felicità. La leggenda delle "mille gru" (Senbazuru) promette che chiunque ne pieghi mille con la tecnica dell'origami vedrà esaudito il proprio desiderio di salute o pace.-> Egitto: erano venerate come "uccelli solari" e il loro ritorno segnava il rinnovamento della vita.

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Foto del 01 marzo 2026

Con Alessandra Castelli cambiamo di nuovo provincia e ci portiamo sull'alto appennino bolognese per scoprire l'incantevole santuario della Madonna dell'Acero.Le origini del santuario risalgono al XVI secolo e sono legate a una narrazione popolare che sa di prodigio. Si racconta che, durante una violenta tempesta, due pastorelli sordomuti trovassero riparo sotto un grande acero.Secondo la tradizione, la Vergine apparve loro tra le fronde dell'albero, guarendoli miracolosamente e chiedendo che in quel luogo fosse eretta una chiesa. La notizia si sparse rapidamente, trasformando l'umile acero in un centro di pellegrinaggio. L'attuale edificio, dalla caratteristica pianta a capanna e la muratura in pietra a vista che vediamo nella tua foto, fu costruito nel 1548 per proteggere proprio quell'albero sacro (o ciò che ne restava).Il Santuario non è solo un monumento religioso, ma un contenitore di storie umane e tradizioni secolari: -> Entrando nel santuario, è ancora possibile vedere, dietro l'altare maggiore, il tronco dell'antico acero sopra il quale sarebbe apparsa la Madonna. La statua lignea della Vergine è posta proprio tra i rami dell'albero.-> Gli Ex-Voto dei "Bruni": una delle curiosità più affascinanti riguarda la famiglia dei Bruni. Si dice che un membro della famiglia, fatto prigioniero dai turchi, fu liberato per intercessione della Madonna dell'Acero. Per gratitudine, fece forgiare delle figure in ferro a grandezza naturale (gli ex-voto) che ancora oggi adornano le pareti della chiesa.-> Il complesso è un esempio perfetto di architettura montana: povera nei materiali ma solidissima, capace di resistere ai carichi di neve che, come mostra il tuo scatto, imbiancano regolarmente i tetti a "piagne" (lastre di ardesia).Il santuario fa parte di un antico itinerario devozionale che collega diverse piccole cappelle sparse tra i boschi del Corno alle Scale, ognuna con la sua leggenda.Oggi il Santuario è la porta d'accesso alle spettacolari Cascate del Dardagna e al comprensorio sciistico del Corno alle Scale. Chi arriva fin qui non lo fa solo per trekking, ma per ritrovare quel silenzio che solo la combinazione di pietra, neve e foresta sa regalare.

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Foto del 28 febbraio 2026

Ci portiamo poco oltre i nostri confini con questo incantevole scatto serale di Luca Giordani che ci mostra l'abitato di Solignano in provincia di Parma.L'abitato di Solignano, incastonato tra le pieghe dell'Appennino Tosco-Emiliano, vanta una storia antica legata indissolubilmente alla sua posizione strategica.Il toponimo ha radici latine, deriva con ogni probabilità dal nome proprio Solinius, a indicare un praedium (un fondo agricolo o proprietà) appartenente a un colono romano.Nel Medioevo, Solignano divenne un nodo cruciale per il controllo della Val Taro. La sua storia è legata a doppio filo alla nobile famiglia dei Pallavicino, che nel XIII secolo ne fecero un caposaldo del loro Stato. Il castello che un tempo dominava l'abitato (di cui oggi restano pochi ruderi) era una vera e propria sentinella sulla valle, conteso aspramente tra i Pallavicino, il Comune di Parma e i Terzi. Solignano ha vissuto una trasformazione radicale con l'arrivo della ferrovia pontremolese e dell'autostrada della Cisa, diventando un punto di snodo moderno in un contesto rurale. Poco lontano, infatti, si trova l'Oasi dei Ghirardi, un paradiso di biodiversità che testimonia la ricchezza naturalistica del territorio.Invece quell'inconfondibile "piccolo carro" di stelle che svetta sopra il profilo del monte nella foto è l'ammasso aperto delle Pleiadi (M45).Sono stelle giovanissime (hanno "solo" 100 milioni di anni) nate dalla stessa nube di gas e polvere.Nella cultura greca rappresentano le sette figlie di Atlante e Pleione, poste in cielo da Zeus per salvarle dal cacciatore Orione (che le insegue tuttora nella volta celeste). Anche se ad occhio nudo ne vediamo solitamente 6 o 7, l'ammasso contiene oltre 1.000 stelle. In Giappone sono conosciute come Subaru; infatti, il logo dell'omonima casa automobilistica raffigura proprio le stelle principali di questo ammasso.

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Foto del 27 febbraio 2026

Torniamo tra le stelle con uno degli astrofotografi più famosi del nostro territorio, Luca Fornaciari che ci delizia con le fantastiche nebulose che si sviluppano tra la cintura ed il pugnale di Orione.Questa splendida immagine cattura il cuore pulsante della costellazione di Orione, un vero e proprio "vivaio stellare" situato a circa 1.350 anni luce da noi. In un unico scatto vediamo alcuni degli oggetti più iconici del cielo notturno invernale. I Protagonisti:-> La Grande Nebulosa di Orione (M42): è la struttura luminosa e complessa in alto a destra. Visibile anche a occhio nudo come una macchia sfocata nel "pugnale", è una nebulosa a emissione e riflessione.-> La Nebulosa Testa di Cavallo (Barnard 33): situata in basso a sinistra, appare come una piccola silhouette scura (una nebulosa oscura) che si staglia contro il rosso brillante della nebulosa a emissione IC 434.-> La Nebulosa Fiamma (NGC 2024): subito a sinistra della Testa di Cavallo, brilla di un arancione dorato, solcata da filamenti di polvere oscura.Cosa accade al loro interno?Queste nubi non sono semplici decorazioni cosmiche, ma fabbriche di stelle.All'interno delle nubi dense di idrogeno e polvere, la gravità vince la pressione interna, portando il gas a raggrupparsi in "protostelle". Quando la pressione e la temperatura al centro diventano sufficientemente alte (circa 10 milioni di gradi), si innesca la fusione nucleare: nasce una stella.Le giovani stelle massicce emettono una potente radiazione ultravioletta che ionizza il gas circostante, facendolo brillare (ecco perché vediamo il rosso dell'idrogeno). I venti stellari, inoltre, "scolpiscono" la nebulosa, creando cavità e forme bizzarre come la Testa di Cavallo.Grazie al Telescopio Hubble, sappiamo che attorno a molte di queste giovani stelle si stanno formando dischi protoplanetari: stiamo letteralmente osservando la genesi di futuri sistemi solari.

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Foto del 24 febbraio 2026

Con questo bellissimo scatto di Mirco Trivellato torniamo alla scoperta di un "Gigante Vivente" poco oltre il nostro confine di Regione.Nel cuore della Toscana, a Gragnano (frazione di Capannori), svetta uno degli alberi più iconici d’Italia: la Quercia delle Streghe, nota anche come il Quercione di Villa Carrara. Questo esemplare di roverella (Quercus pubescens) non è solo un capolavoro botanico, ma un vero e proprio scrigno di storia e leggende popolari.Con un'età stimata intorno ai 600 anni, la quercia presenta una conformazione quasi ipnotica. Sebbene raggiunga un'altezza di circa 15 metri, la sua vera particolarità risiede nello sviluppo orizzontale: La chioma ha un diametro di oltre 40 metri, una misura straordinaria che crea un’ampia "cupola" naturale.Invece di protendersi verso il cielo, i rami principali si allungano parallelamente al terreno, in alcuni punti quasi toccandolo, prima di risalire verso l'alto.La circonferenza del tronco supera i 4 metri, testimoniando secoli di resilienza.Il nome "Quercia delle Streghe" deriva da antiche tradizioni locali secondo cui, durante i sabba notturni, le streghe si riunivano proprio sopra i suoi rami. La leggenda vuole che l’insolito andamento orizzontale dei rami sia stato causato proprio dal peso delle streghe che vi danzavano sopra, impedendo all'albero di crescere verticalmente.Un altro aneddoto celebre lega questo gigante a Pinocchio. Si dice infatti che Carlo Collodi si sia ispirato proprio a questo albero per descrivere la "Quercia Grande" dove il burattino viene impiccato dagli assassini (il Gatto e la Volpe).Oggi la quercia è inserita nell'elenco degli Alberi Monumentali d'Italia. Nonostante abbia superato indenni guerre, fulmini e l'incuria del tempo, resta un organismo fragile che richiede rispetto e protezione per continuare a incantare i visitatori con la sua maestosa e magica silhouette.

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Foto del 23 febbraio 2026

Ancora un meraviglioso scatto in movimento di Alessandro Roberti che ci mostra uno dei rapaci più sfuggenti e affascinanti del nostro territorio. Stiamo parlando del fantastico Gufo di Palude (Asio flammeus). A differenza di molti suoi "cugini" notturni, questo rapace è noto per essere spesso attivo durante il giorno, specialmente al crepuscolo, il che lo rende uno dei soggetti preferiti dai fotografi naturalisti.E' un rapace di medie dimensioni con un'apertura alare che può raggiungere i 100-110 cm. Dotato di uno sguardo magnetico, ha grandi occhi gialli circondati da "occhiaie" nere molto marcate, che gli conferiscono un'espressione severa e penetrante.In volo le ali appaiono lunghe e strette, con una caratteristica macchia scura in corrispondenza del "polso". Il piumaggio è un mix di fulvo, beige e bruno, perfetto per mimetizzarsi tra l'erba secca e le canne.Sebbene appartenga al genere Asio (come il Gufo comune), i suoi ciuffetti di penne sulla testa sono cortissimi e quasi sempre invisibili.Non è un uccello particolarmente territoriale fuori dal periodo riproduttivo. Si sposta dove c'è abbondanza di cibo (soprattutto piccoli roditori come le arvicole). Se in un'area i topi scarseggiano, lui fa le valigie e vola altrove.Quasi tutti i gufi usano nidi abbandonati o cavità negli alberi, ma lui preferisce la semplicità: costruisce il nido direttamente al suolo, tra la vegetazione fitta delle zone umide o delle praterie.Il suo modo di volare è molto particolare, con battiti d'ala lenti e profondi che lo fanno sembrare quasi una grande farfalla o un'albanella.Durante il corteggiamento, il maschio esegue spettacolari acrobazie aeree, battendo le ali sotto il corpo con un suono simile a uno scoppiettio o a un applauso.

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Foto del 22 febbraio 2026

Oggi con Giacomo Salomone andiamo alla scoperta del Corriere piccolo (Charadrius dubius) Si tratta di un instancabile viaggiatore e un vero funambolo delle rive. Questo piccolo limicolo, che pesa quanto una lettera (circa 30-40 grammi), è un esempio straordinario di adattamento agli ambienti acquatici interni.Ecco un ritratto di questo affascinante protagonista delle zone umide:Il Corriere piccolo si distingue per un dettaglio inconfondibile: un anello perioculare giallo vivo che spicca come una piccola cornice dorata attorno all'occhio nero. Il piumaggio è un capolavoro di mimetismo, con il dorso color sabbia che lo rende quasi invisibile tra i ciottoli, mentre il petto è attraversato da una caratteristica "collana" nera. Costruisce un Nido... Minimalista, la sua strategia di nidificazione è tra le più temerarie del mondo aviario. Non costruisce nidi elaborati: si limita a una piccola depressione nel terreno, spesso tra la ghiaia o i depositi di sabbia dei fiumi. Le uova, maculate, sono praticamente indistinguibili dai sassi circostanti.Il Corriere piccolo è un attore consumato. Se un predatore (o un umano curioso) si avvicina troppo al nido, l'adulto mette in scena la "parata dell'ala spezzata": trascina un'ala a terra fingendosi ferito per attirare l'attenzione su di sé e allontanare l'intruso dalle uova. Una volta raggiunta una distanza di sicurezza, spicca il volo con agilità, lasciando il predatore a bocca asciutta.Si nutre di piccoli insetti e larve, che cattura con una tecnica tipica: corre velocemente, si ferma di colpo e becca la preda con precisione chirurgica.È un migratore a lungo raggio che sverna nell'Africa sub-sahariana, tornando in Europa in primavera per riprodursi lungo i fiumi e i laghi.

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Foto del 21 febbraio 2026

Lo scatto di oggi è opera del fotografo Sergio Baboni che ha catturato un fiore di Anemone.Quello che vediamo è l'Anemone apennina (o una varietà molto simile come l'Anemone blanda), comunemente noto come Anemone dell'Appennino. È una delle "firme" cromatiche più eleganti del sottobosco italiano all'inizio della primavera.Il nome significa letteralmente "Fiore del Vento". Il nome deriva dal greco anemos (vento). Gli antichi credevano che i petali si aprissero solo quando soffiava il vento, o che il vento stesso li portasse via rapidamente a causa della loro fragilità. In realtà, è una pianta molto resiliente che sfida le ultime gelate invernali.Se osservate bene la struttura, l'anemone è una pianta eliotropica: i suoi fiori seguono il movimento del sole durante il giorno. Inoltre, di notte o quando piove, i fiori si chiudono a campanula e si piegano verso il basso per proteggere il prezioso polline dall'umidità. La Leggenda di Adone:Nella mitologia greca, si dice che l'anemone sia nato dalle lacrime di Afrodite mescolate al sangue del suo amato Adone, morente tra le sue braccia. Questo legame tra amore e caducità lo ha reso, nel linguaggio dei fiori, il simbolo dell'abbandono o della speranza che svanisce troppo presto. Petali o Sepali? Quelli che sembrano petali blu/viola sono tecnicamente sepali petaloidi. L'anemone non ha veri petali.E la sua radice è una semplice radice, ma cresce da piccoli tuberi irregolari (rizomi) che gli permettono di colonizzare rapidamente il suolo dei boschi di latifoglie, creando tappeti azzurri spettacolari.Ma fate attenzione! Come molte piante della famiglia delle Ranunculaceae, l'anemone è tossico se ingerito e la sua linfa può irritare la pelle. Meglio ammirarlo e fotografarlo senza coglierlo!

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Foto del 20 febbraio 2026

Ancora uno scatto suggestivo di Giuliano Caselli che ci mostra uno dei tanti piccoli gioielli del nostro territorio.Arroccato tra i calanchi dell’Appennino reggiano, il borgo di Castagneto di Baiso rappresenta una delle testimonianze storiche più affascinanti e stratificate dell'intero territorio comunale. La sua struttura non è solo un insieme di edifici, ma un racconto di pietra che attraversa i secoli.Un’Origine MedievaleLe radici di Castagneto affondano nel XIV-XV secolo. La morfologia degli elementi architettonici più antichi rivela un’origine urbana di notevole importanza: la qualità dei manufatti e la disposizione degli spazi suggeriscono che il borgo non fosse un semplice insediamento rurale, ma un centro vitale per il controllo e l'economia del territorio di Baiso in epoca tardo-medievale.L’Evoluzione UrbanaIl borgo si è sviluppato secondo una logica affascinante: La Forma Radiocentrica: tra il XVI e il XVII secolo, Castagneto ha assunto un’originale configurazione "a raggiera" attorno al nucleo primigenio, segno di un’organizzazione sociale e difensiva ben definita. L'Espansione Ottocentesca: il principale accrescimento urbano è avvenuto nel XIX secolo, quando nuove abitazioni sorsero attorno ai due nuclei storici principali, consolidando l’immagine del borgo che vediamo oggi.Punti di Interesse e CuriositàL’elemento spirituale e architettonico di spicco è l’Oratorio dedicato ai Santi Antonio e Mauro, che sorge lungo la strada di collegamento tra i due nuclei. Questo edificio funge da cerniera tra le diverse anime del borgo, unendo la parte alta a quella bassa.Oggi il tessuto edilizio di Castagneto vive un contrasto suggestivo: mentre il gruppo di edifici più antico appare purtroppo abbandonato e fatiscente, il resto del borgo si presenta in discrete condizioni. Molte strutture sono state salvate e valorizzate da attenti interventi di ristrutturazione che hanno preservato l'identità del luogo, rendendolo ancora oggi un gioiello da scoprire per chi ama il trekking storico e l'architettura spontanea dell'Appennino.

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