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Foto del Giorno

Le foto meteorologiche piu belle di Reggio Emilia

Sologno. — Paesaggi dell'Appennino Reggiano — 20 ottobre 2026

Sologno.

Paesaggi

La Foto del Giorno di oggi è un fantastico scorcio aereo di Sologno, frazione di Villa Minozzo, tratto dalla pagina del “Consorzio Volontario Prampa – Val Lucciola”. Il borgo si allunga su uno stretto crinale spartiacque, a circa 750 metri di quota, sulla sinistra del torrente Lucciola, con i tetti in coppo che spiccano nel verde dei boschi.Un borgo con più di mille anni di storiaSologno è uno dei centri più antichi dell’Appennino reggiano: è citato in un documento del 1022 e ricompare nell’Estimo del 1315. In origine era una “villa” dipendente dal Castello di Piolo, sotto i Dallo; nel 1373 passò ai Fogliani, e nel 1427 si sottomise al marchese Niccolò III d’Este, che gli concesse alcune esenzioni. Da allora rimase indipendente dalla giurisdizione di Minozzo.Il castelloL’abitato era diviso in due parti: la “Villa di Sopra”, detta anche “Castello”, e la “Villa di Sotto”, chiamata semplicemente “La Villa”. Dell’antico castello restano oggi solo alcune murature e le tracce di un recinto, visibili nel cuore del borgo. Un angusto sottopasso con accesso laterale introduce all’area un tempo occupata dalla fortificazione, e i grossi conci angolari fanno pensare a una torre sopra il passaggio. Aggirandosi tra le case si scoprono anche una torretta seicentesca, una maestà con dipinto su tavola e un architrave in arenaria con la data “1600”. La roccia marnosa, instabile, ha costretto più volte a ricostruire gli edifici: per questo molte case portano date del Cinquecento e del Seicento.Il panorama sullo sfondoSulla sinistra, nella luce del tramonto, si riconoscono i Gessi Triassici: rocce di oltre 200 milioni di anni fa, nate dall’evaporazione di antichi mari, oggi fra gli ambienti più singolari dell’Appennino e tutelate in Val d’Enza e Val Secchia. Più in là emerge l’inconfondibile Pietra di Bismantova, il grande masso a tavolo che Dante cita nel Purgatorio come esempio di salita faticosa. A destra si distende la dorsale di colline che dal Monte Fosola arriva al Monte Valestra, passando per il Castello delle Carpinete, fortezza di Matilde di Canossa: qui, nel 1077, la Contessa ospitò papa Gregorio VII dopo l’incontro con Enrico IV a Canossa.Un borgo da scoprireSologno è oggi un punto di riferimento per chi ama camminare tra i Gessi, la Pietra di Bismantova e il Parco Nazionale dell’Appennino Tosco-Emiliano: un balcone naturale, dove i secoli sembrano scorrere più lenti.

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Geotritone di Strinati — Fauna dell'Appennino Reggiano — 19 ottobre 2026

Geotritone di Strinati

Fauna

La Foto del Giorno di oggi ci porta alla scoperta della fauna anfibia del nostro Appennino, con questo bellissimo Geotritone di Strinati (Speleomantes strinatii) immortalato da Paolo Manzi. Lo vediamo sulla roccia di una cavità, nel suo ambiente ideale: fresco, buio e umido.Un anfibio senza polmoniIl geotritone appartiene ai Pletodontidi, una famiglia di salamandre quasi sconosciuta in Europa. Come tutti i suoi parenti non ha polmoni: respira attraverso la pelle, che per questo deve restare sempre umida. È il motivo per cui vive soltanto dove l’aria è fresca e molto umida, come grotte, fessure nella roccia, sottobosco ricco di lettiera e muri a secco. È lungo al massimo 13 cm, con occhi grandi e sporgenti, zampe dalle dita tozze e parzialmente palmate, e una colorazione scura marmorizzata di grigio, a volte con riflessi azzurrini.AbitudiniA differenza di tanti anfibi, il geotritone è completamente terrestre: non ha bisogno di stagni o ruscelli nemmeno per riprodursi. Le femmine depongono poche uova in luoghi riparati e umidi, e dai gusci escono già piccoli geotritoni in miniatura, senza fase di girino. È attivo soprattutto di notte, nelle serate umide e miti: quando fa troppo caldo o troppo freddo si ritira più in profondità, nelle cavità. Caccia insetti, ragni e altri piccoli invertebrati con un’arma sorprendente: la lingua, che scatta fuori come una fionda per catturare la preda in una frazione di secondo.Dove viveLa specie è diffusa nell’Italia nord-occidentale (Piemonte, Lombardia, Liguria, Toscana ed Emilia-Romagna, in particolare Appennino parmense e piacentino) e nel sud-est della Francia, dal livello del mare fino a quote elevate. Il suo nome ricorda lo speleologo svizzero Pierre Strinati. Nel Reggiano è presente invece un parente stretto, il geotritone italiano (Speleomantes italicus), che vive nelle nostre grotte e nelle gessaie.Una specie da proteggereIl geotritone di Strinati è tutelato dalla Direttiva Habitat dell’Unione Europea, e nel 2021 la IUCN ne ha peggiorato lo stato di conservazione in “In pericolo”. Le minacce sono la perdita e il disturbo degli ambienti forestali e ipogei. Se doveste incontrarne uno in una grotta o in un bosco, osservatelo con rispetto, senza toccarlo: la sua pelle è delicatissima.

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Codirosso spazzacamino. — Fauna dell'Appennino Reggiano — 18 ottobre 2026

Codirosso spazzacamino.

Fauna

La Foto del Giorno di oggi ci regala un punto di vista davvero insolito: uno scatto di Alfonso Carnevale che coglie, visto dal basso e in controluce, un istante del volo di un Codirosso spazzacamino (Phoenicurus ochruros). Le ali spalancate e la coda a ventaglio trasformano un uccellino di pochi grammi in una sorta di scultura di luce.Una lezione di volo, in una sola immagineQuesta foto è un piccolo manuale di anatomia. Le ali che vediamo sono formate da lunghe penne disposte a pettine, le remiganti: quelle più esterne, le primarie, spingono in avanti l’uccello, mentre le secondarie, più vicine al corpo, sostengono. Alle estremità le penne si separano come le dita di una mano: questa “frangia” riduce i vortici d’aria e aiuta a risparmiare energia.Il ventaglio arancione sopra il corpo è la coda, composta da penne chiamate timoniere. Aperta così, la coda funziona da timone e da freno: serve a virare, a rallentare e a controllare l’atterraggio. Dall’immagine si vede inoltre come, grazie al controluce, le penne diventino quasi trasparenti e ne risultino evidenti tutte le nervature.Perché “spazzacamino” e perché “codirosso”?Il nome codirosso è presto spiegato: basta guardare la coda color ruggine. Lo stesso vale per il nome scientifico: Phoenicurus viene dal greco e significa “coda rossa”, mentre ochruros indica una coda color ocra. Il maschio adulto ha il petto e il volto di un grigio-nero fuligginoso, che ricorda il colore dei vestiti degli spazzacamini; da qui il soprannome. Le femmine e i giovani sono invece di un grigio-bruno più chiaro.Un abitante dei nostri tettiMisura 13-14 cm e pesa circa 15-18 grammi. Ama le rocce, ma ha imparato a vivere accanto all’uomo: nidifica in cavità di muri, sotto le tegole, fra le pietre. In estate frequenta i rilievi e l’alta montagna, mentre in autunno e in inverno molti individui scendono verso la pianura e le città. Per questo, proprio in questo periodo, può capitare di vederlo sui tetti, sui muretti e sui recinti anche nel Reggiano. Si riconosce per l’abitudine di far vibrare continuamente la coda. Si nutre di insetti, e d’inverno anche di piccole bacche.Per i più curiosiProvate a scattare una foto agli uccelli in volo da sotto: è un modo diverso per scoprire quanto è raffinata la loro struttura, anche nelle specie più comuni.

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Lago Santo Parmense. — Paesaggi dell'Appennino Reggiano — 17 ottobre 2026

Lago Santo Parmense.

Paesaggi

Oggi la Foto del Giorno ci porta fuori dai confini di provincia, sull’Appennino parmense, al cospetto del magico Lago Santo Parmense, immortalato da Mirco Trivellato nel pieno del fogliage autunnale dei faggi. Sull’acqua immobile si riflettono i colori del bosco e il Rifugio Mariotti, in una scena da cartolina.Un lago di origine glacialeSi trova a 1507 metri di quota, nel territorio di Corniglio, all’interno del Parco Nazionale dell’Appennino Tosco-Emiliano. Si è formato per l’azione dei ghiacciai delle ere passate, con un contributo della tettonica, ed è il lago naturale più grande e profondo dell’Appennino settentrionale: copre circa 8 ettari e raggiunge i 22,5 metri di profondità. Per questo viene considerato il più vasto lago glaciale dell’Emilia-Romagna.Da qui nasce un fiumeDalle sue acque ha origine il torrente Parma di Lago Santo, che si unisce al Parma di Badignana per dare vita al fiume Parma, quello che attraversa la città di Parma. Il piccolo specchio d’acqua che vediamo nella foto è quindi la culla del fiume che scorre fra i palazzi della città ducale.Il rifugioLa costruzione che si specchia nel lago è il Rifugio Giovanni Mariotti, uno dei più celebri dell’Appennino parmense. La sezione di Parma del CAI lo inaugurò il 12 settembre 1882, e nel 1935 fu intitolato a Giovanni Mariotti, sindaco di Parma, senatore del Regno e presidente della sezione CAI per oltre quarant’anni.Curiosità per chi ama il meteoIl lago è soggetto a lunghi mesi invernali: la superficie ghiaccia di solito da novembre a maggio, e il paesaggio si trasforma in un mondo di neve e silenzio, magnifico anche con le ciaspole. Era inoltre naturalmente privo di pesci: i primi sono stati immessi nel Novecento. Dagli anni Cinquanta è oggetto di studi scientifici, perché le sue acque limpide e fredde sono un termometro naturale degli effetti del clima.Una nota per non confondersi: esiste anche un Lago Santo Modenese, ai piedi del Monte Giovo. Sono due laghi diversi, entrambi di origine glaciale, sul crinale tosco-emiliano.

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Piviere dorato. — Fauna dell'Appennino Reggiano — 16 ottobre 2026

Piviere dorato.

Fauna

La Foto del Giorno di oggi ci porta di nuovo negli ambienti umidi, con questo splendido Piviere dorato (Pluvialis apricaria) ripreso magistralmente da Lorenzo Zuntini, sul greto di un corso d’acqua, tra sassi coperti di alghe e una luce che dorata lo è quanto lui.Perché “dorato”?Basta guardare il dorso: ogni penna ha piccole macchie giallo oro su fondo scuro, e l’effetto è quello di un mantello punteggiato di pagliuzze d’oro. Il nome scientifico racconta altro. Pluvialis richiama la pioggia: secondo antiche credenze, questi uccelli si radunavano e arrivavano con le piogge, e per questo venivano considerati un segno di maltempo. Apricaria deriva invece dal latino e significa “che ama il sole”. Pioggia e sole nello stesso nome: per un sito di meteo, difficile chiedere di meglio!Carta d’identitàÈ un limicolo di dimensioni medie: misura circa 26-29 cm, con un’apertura alare di quasi 70 cm, e pesa fra i 150 e i 200 grammi. Gli occhi grandi e scuri e il becco breve e dritto sono tipici dei piovieri. Nei mesi riproduttivi sfoggia una “maschera” nera su faccia e ventre, con un bordo bianco; in autunno e in inverno, come nella foto, la parte inferiore diventa chiara.Un viaggiatore del NordNidifica nelle brughiere e nelle tundre del Nord Europa, fra Islanda, Scandinavia, Scozia e Russia. Alla fine dell’estate si sposta verso sud e sverna in Europa occidentale e meridionale, area mediterranea compresa. In Italia lo si incontra soprattutto da autunno a inizio primavera, in campi arati, prati umidi e lungo i greti dei fiumi, spesso in gruppi numerosi.Come cacciaHa un modo di cercare cibo inconfondibile: corre per brevi tratti, si ferma di colpo, scruta il terreno con quegli occhioni e, se vede qualcosa, becca. Mangia insetti, lombrichi, molluschi e piccoli invertebrati.Una curiosità da recordQuesto piccolo uccello ha avuto un ruolo nella storia dei record. Nel 1951 Sir Hugh Beaver, direttore della birreria Guinness, partecipò a una battuta di caccia in cui si discuteva su quale fosse il volatile più veloce d’Europa fra il piviere dorato e il gallo forcello. Non riuscì a trovare la risposta in nessun libro, e da quel dubbio nacque l’idea del Guinness dei Primati, pubblicato per la prima volta nel 1955.

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Lago santo Modenese. — Paesaggi dell'Appennino Reggiano — 15 ottobre 2026

Lago santo Modenese.

Paesaggi

Avvolta dal velo mistico della nebbia autunnale e custodita da secolari faggi tra le cui radici si snoda il sentiero, appare la sagoma dell'Oratorio della Madonna del Lago (nota a tutti come la Chiesetta degli Alpini), catturata con straordinaria atmosfera da Emanuele Petrocchi.⛰️ Un rifugio spirituale a 1.501 metriSituata a quota 1.501 metri sul livello del mare, a brevissima distanza dalle rive del Lago Santo Modenese (nel comune di Pievepelago, al confine con il nostro Appennino reggiano), questa piccola struttura in pietra è un luogo dal fascino intramontabile:La storia e le origini: costruita nel 1932 per volontà dell'Associazione Nazionale Alpini (Sezione Modenese) e della comunità locale, la chiesetta fu eretta come luogo di preghiera, raccoglimento e memoria per tutti i caduti della montagna e delle guerre.Architettura di montagna: realizzata interamente in blocchi di pietra locale per resistere alle rigide nevicate e ai venti del crinale, la cappella si integra in modo perfetto e quasi simbiotico con il bosco circostante.Simbolo per gli escursionisti: per generazioni di camminatori, alpini e frequentatori del Lago Santo, questo oratorio rappresenta un punto di riferimento affettivo, una tappa obbligata di sosta e silenzio lungo i sentieri del Parco del Frignano.🌫️ Magia meteo: la suggestione della foschia boschivaLa nebbia che abbraccia i tronchi e nasconde le chiome dorate trasforma il bosco in un paesaggio incantato, dove il tempo sembra essersi fermato. È la dimostrazione di come anche le giornate più umide e uggiose sappiano regalare scorci d'Appennino di pura poesia.Un immenso grazie ad Emanuele Petrocchi per questo scatto magistrale ricchissimo di fascino e mistero!#MeteoReggio #EmanuelePetrocchi #LagoSantoModenese #ChiesettaDegliAlpini #OratorioMadonnaDelLago #AppenninoToscoEmiliano #Pievepelago #FotografiaNaturalistica #NaturaInScatto #FoggyMood

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NGC 4565.Galassia Ago. — Astronomia dell'Appennino Reggiano — 14 ottobre 2026

NGC 4565.Galassia Ago.

Astronomia

Oggi torniamo tra le stelle con la Galassia Ago (NGC 4565), una delle galassie più affascinanti del cielo. Lo scatto è comparso sulla pagina “Infinita è la Vita”, ma purtroppo non conosciamo l’autore: se qualcuno lo riconosce, ci scriva e lo citeremo come merita!Il nome è presto spiegato. Si trova nella costellazione della Chioma di Berenice e la vediamo perfettamente di taglio: il disco appare come un sottilissimo filo luminoso, attraversato al centro da una netta banda scura di polveri, che sembrano la cruna di un ago.Dietro quell’aspetto esile c’è un gigante. È una galassia a spirale di oltre 100.000 anni luce di diametro, paragonabile alla nostra Via Lattea. Dista circa 40 milioni di anni luce: la luce che vediamo è partita quando sulla Terra l’uomo era ancora lontanissimo dal comparire.Una curiosità: a occhio nudo non si vede, ma con un telescopio amatoriale di una ventina di centimetri compare come una sottile lama di luce, ed è un bersaglio classico delle serate di primavera. La scoprì nel 1785 l’astronomo William Herschel, ed è inserita anche nel catalogo Caldwell, la lista dei “tesori” del cielo preparata da Patrick Moore.Vederla di taglio ci regala anche un’idea di come apparirebbe la nostra galassia a un osservatore lontano: una lama luminosa con una striscia di polveri al centro. Noi viviamo dentro uno di quei “dischi”, e la Via Lattea che vediamo nelle notti serene è proprio la nostra visione di taglio. ✨

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Rocchetta. — Paesaggi dell'Appennino Reggiano — 13 ottobre 2026

Rocchetta.

Paesaggi

Oggi andiamo a Castellarano, nel cuore della Val Secchia, con questa splendida veduta dall’alto comparsa sulla pagina "Meraviglie d'Italia", al cui fotografo vanno i nostri complimenti per lo scatto, impreziosito dai colori dell’autunno!Al centro dell’immagine c’è la Rocchetta, monumento simbolo del paese. Per secoli è stata la porta d’ingresso del borgo fortificato, il primo avamposto a controllare la strada che portava dall’Appennino alla pianura. L’aspetto attuale risale a circa il 1470, ma è il frutto di tanti rimaneggiamenti.La storia di Castellarano è legata a Matilde di Canossa, che qui possedeva una casa e una cappella. Dopo la sua morte, nel 1115, il feudo passò a diversi signori, fino agli Este: sopra la porta d’accesso si vede ancora il loro stemma scolpito, affiancato da quello più piccolo degli Strozzi.Le curiosità non mancano. La Rocchetta ha tre torri, chiamate Levatoia, Cappellana e Rosa, e una singolare torretta a sette lati nell’angolo nordest: è quella in primo piano, in basso a sinistra. Un tempo era circondata da un fossato alimentato dalle acque del vicino Rio, da superare attraverso un ponte levatoio. Nel Settecento il marchese Carlo Filiberto II la trasformò addirittura in un elegante palazzo, con giardini, fontane e statue. In seguito fu anche abitazione privata, prima dei restauri del Novecento che l’hanno riportata all’antico splendore.Sullo sfondo svetta la torre medievale, la Torre dell’Orologio: la parte più antica risalirebbe al X secolo e potrebbe avere origini longobarde.Oggi la Rocchetta ospita mostre ed eventi culturali ed è il punto di partenza ideale per una passeggiata tra i vicoli in ciottolato del borgo, con splendidi affacci sulla valle del Secchia. 🏰

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Amanita phalloides — Flora dell'Appennino Reggiano — 12 ottobre 2026

Amanita phalloides

Flora

Oggi parliamo di un fungo tanto bello quanto pericoloso: l’Amanita phalloides, la “Tignosa verdognola”, detta anche “Fungo della morte”. Complimenti alla pagina Porretta Funghi&Tartufi per questo splendido scatto, che mostra un giovane esemplare mentre emerge dalla sua volva bianca, simile a un uovo.🔎 Come riconoscerlaIl cappello è liscio, con fibrille sericee e colori che vanno dal verde oliva al giallastro, a volte quasi bianco. Le lamelle sono bianche, il gambo ha un anello a gonnellina e alla base si trova la volva a sacco, spesso nascosta nel terreno: ecco perché i funghi vanno sempre raccolti interi, mai tagliati. Cresce dall’estate all’autunno nei boschi di querce, castagni, faggi e noccioli, con cui vive in simbiosi.📜 CuriositàIl nome phalloides, di origine greca, allude alla forma del fungo giovane, simile a un fallo. Una tradizione vuole che sia stata questa specie a uccidere l’imperatore romano Claudio, nel 54 d.C.☠️ RischiÈ responsabile della gran parte degli avvelenamenti mortali da funghi. Contiene amatossine, tossine che non vengono distrutte da cottura, essiccazione o congelamento: bastano pochi grammi per intossicarsi gravemente. L’insidia è la latenza: i sintomi (vomito, dolori addominali, diarrea) compaiono dopo 6-24 ore, quando il veleno ha già raggiunto il fegato, e dopo un apparente miglioramento possono seguire gravi danni a fegato e reni. Si confonde con specie commestibili, come alcune russule dal cappello verdastro.✅ Cosa fareNon mangiate mai funghi che non avete fatto controllare all’ispettorato micologico della vostra AUSL. In caso di sospetto avvelenamento, anche senza sintomi, recatevi subito al pronto soccorso portando un esemplare dei funghi consumati.#MeteoReggio #Funghi #AmanitaPhalloides #Natura #PorrettaFunghieTartufi

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Villa Berza. — Paesaggi dell'Appennino Reggiano — 11 ottobre 2026

Villa Berza.

Paesaggi

Oggi non una, ma due fotografie di Roberto Federici, che ringraziamo e al quale facciamo i complimenti per questo bel reportage: ci porta a Villaberza, nel nostro Appennino, dentro una fantastica corte di pietra e mattoni.🏘️ Dove siamoVillaberza è una piccola frazione di Castelnovo ne’ Monti, nei dintorni di Felina, tra le tante frazioni di origine medievale che circondano il capoluogo montano. Qui, come a Pietradura, Gombio e Roncroffio, si conservano antichi nuclei e case a torre, testimonianza di un Appennino che fu terra di Canossa, di vassalli e di podestà.🏛️ Un tuffo nel passatoRoberto ci racconta che, arrivando dalla strada, nel primo edificio spicca verso la corte un portale cinquecentesco ad archivolto, con stipiti dalla base modanata e un’iscrizione latineggiante: “FORAS FORES FUROS”. Verrebbe da leggerla come un monito per chi ha cattive intenzioni, ma lasciamo l’interpretazione agli esperti!Il nucleo si sviluppa in direzione della piazza e si conclude con una pregevole casa gentilizia con torre. In frammenti di memoriali notarili del Trecento, redatti dalla curia di Felina, compare una “Domus Clausurata”, la “casa recintata”: un indizio di quanto sia antica la storia di questi luoghi. Felina, del resto, nel 1375 era sede della podesteria viscontea, che comprendeva quasi tutta la montagna reggiana.🌿 Dettagli da ammirareNella corte si vede un loggiato a tre luci architravate con colonnette in arenaria sagomate, mentre il portale d’ingresso, in laterizio, poggia su un accesso in pietra ancora più antico, con mensole convesse d’imposta.Una vera lezione di storia scritta nella pietra!#MeteoReggio #RobertoFederici #Villaberza #CastelnovoneMonti #AppenninoReggiano #BorghiFederici.

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Pleiadi — Astronomia dell'Appennino Reggiano — 09 ottobre 2026

Pleiadi

Astronomia

In questo splendido scatto di Andrea Vanoni ammiriamo le Pleiadi (M45), uno degli ammassi stellari più celebri del cielo, nella costellazione del Toro. Complimenti ad Andrea per la profondità e per la delicatezza dei filamenti azzurri!✨ Le Sette SorelleAd occhio nudo se ne contano sei o sette, ma l’ammasso ne ospita oltre mille. Il nome richiama le sette figlie di Atlante e Pleione della mitologia greca: Maia, Elettra, Taigete, Alcione, Celeno, Sterope e Merope. C’è chi le riconosce persino nel disco celeste di Nebra, vecchio di circa 3.600 anni.🇯🇵 Subaru, il nome giapponeseIn Giappone le Pleiadi si chiamano Subaru, parola che richiama l’idea di “riunirsi, stare insieme”: un nome perfetto per un gruppo di stelle così vicine. Lo conosciamo bene anche in Italia: è il marchio della casa automobilistica giapponese, il cui logo raffigura proprio sei stelle, una più grande e cinque più piccole, per ricordare la fusione di più aziende in una sola.🌫️ Non è nebbia, è polvereIl velo azzurro che le avvolge è una nebulosa a riflessione: polvere interstellare che diffonde la luce blu delle giovani stelle calde, un po’ come la nostra atmosfera diffonde il blu del cielo. Non è il residuo della nascita dell’ammasso: le Pleiadi stanno semplicemente attraversando questa nube.🔭 Qualche numeroDistano circa 440 anni luce e hanno circa 100 milioni di anni: quando si accesero, sulla Terra camminavano i dinosauri.🌌 Dove cercarleIn autunno spuntano a est nella seconda parte della serata, sempre prima col passare delle settimane. Con la Luna nuova di questi giorni e il cielo limpido sono visibili a occhio nudo come un minuscolo “mestolo” di stelle: provate a guardare!Un grande grazie ad Andrea Vanoni per questa meraviglia!#MeteoReggio #AndreaVanoni #Pleiadi #M45 #Subaru #Astrofotografia #Astronomia #DeepSky #NaturaInScatto

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Organetto  — Fauna dell'Appennino Reggiano — 08 ottobre 2026

Organetto

Fauna

Qui vediamo un bellissimo esemplare di Organetto (Acanthis flammea), fotografato da Lorenzo Zuntini.Questo minuscolo fringillide misura appena 12-14 cm e pesa 12-15 grammi, come tre bustine di zucchero. Si riconosce al primo sguardo dal berretto rosso sulla fronte, dalla piccola macchia nera sotto il becco e dal piumaggio striato di bruno; i maschi, in primavera, si “vestono” anche di rosa sul petto. Il becco giallo-arancio, corto e acuto, è lo strumento perfetto per estrarre i semi di betulle, ontani e conifere, di cui è ghiotto: l’Organetto si appende a testa in giù ai rametti con acrobazie da circo.Il nome? Deriva dal suo verso: un trillo metallico e ronzante, ripetuto in volo, che ricorda il suono di un piccolo organo portatile. Anche il nome scientifico “flammea” parla di lui e richiama il rosso fiammante del cappuccio; gli inglesi lo chiamano Redpoll, cioè “testa rossa”.Le curiosità non mancano. È un vero campione di resistenza al freddo: vive nelle foreste boreali e nella tundra, dove le notti possono scendere ben sotto i -30 °C. Per sopravvivere ha un “trucco”: una piccola sacca nell’esofago in cui immagazzina i semi raccolti di giorno, digerendoli poi con calma durante la notte, e nelle notti più gelide si scava un rifugio nella neve per dormire al caldo.E noi che c’entriamo? In Italia l’Organetto è soprattutto un visitatore invernale: arriva dal Nord Europa quando il freddo morde e il cibo scarseggia e, negli inverni più rigidi, può spingersi in gruppi numerosi fino a quote basse. Vederlo è un piccolo indizio che l’inverno si sta facendo sentire. Tenete d’occhio le betulle: potreste incontrare anche voi questo piccolo viaggiatore del Nord!Una nota: dal piumaggio piuttosto bruno potrebbe trattarsi dell’Organetto minore (Acanthis cabaret), distinto dall’Organetto vero e proprio.

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