Canada in fiamme: il fumo degli incendi attraversa l’Atlantico e arriva in Europa
Nel cuore del Canada si sta consumando una delle emergenze ambientali più gravi degli ultimi anni. La provincia del Manitoba, nel centro del Paese, è stata duramente colpita da vasti incendi boschivi che hanno costretto oltre 17.000 persone a evacuare le proprie abitazioni. È la più grande operazione di evacuazione nella storia recente di ...
Nel cuore del Canada si sta consumando una delle emergenze ambientali più gravi degli ultimi anni. La provincia del Manitoba, nel centro del Paese, è stata duramente colpita da vasti incendi boschivi che hanno costretto oltre 17.000 persone a evacuare le proprie abitazioni. È la più grande operazione di evacuazione nella storia recente di questa regione, e la situazione è tutt’altro che sotto controllo.
Secondo gli ultimi dati ufficiali, solo nel Manitoba sono attivi 22 incendi, ma l’intero Paese è sotto assedio: 134 roghi sono attualmente in corso anche nelle province dell’Ontario, British Columbia, Alberta e Saskatchewan. In meno di un mese, sono andati in fumo quasi 200.000 ettari di foresta, una superficie che triplica la media annuale per la regione. Un dato allarmante che conferma, ancora una volta, quanto i cambiamenti climatici e le condizioni meteorologiche estreme stiano aggravando la vulnerabilità dei grandi ecosistemi nordamericani.
I primi segni d'incendio si sono manifestati dieci giorni fa e a fine aprile la regione era ancora coperta dalla neve. Ma ciò che rende questa situazione ancora più sorprendente è la portata globale del fenomeno: il fumo generato dagli incendi canadesi ha attraversato l’Atlantico, sospinto dai venti in quota, e ha raggiunto l’Europa, contribuendo a rendere lattiginosi i cieli in alcune aree del continente.
Come fa il fumo a viaggiare per migliaia di chilometri?
A prima vista può sembrare incredibile: come può il fumo, prodotto da incendi così lontani, raggiungere l’Europa, attraversando un oceano intero? La risposta è nella dinamica dell’atmosfera, che è tutt’altro che statica. Le correnti a getto — veri e propri “fiumi d’aria” che scorrono nella parte alta della troposfera, a circa 9-12 km di quota — possono trasportare aerosol, ceneri fini e altri residui degli incendi per migliaia di chilometri in tempi sorprendentemente brevi. Quando un incendio è particolarmente intenso, sviluppa colonne di fumo talmente potenti da raggiungere la troposfera superiore o persino la bassa stratosfera. In alcuni casi si parla addirittura di “pirocumulonembi”, nuvole di origine incendiaria che generano i propri fenomeni meteorologici, simili a temporali.
Una volta che il particolato raggiunge queste quote elevate, può venire catturato e trasportato dai flussi atmosferici dominanti. Ed è proprio questo che sta accadendo: un’estesa area depressionaria situata presso il Circolo Polare Artico, combinata con un promontorio di alta pressione sull’Atlantico centrale, sta creando un corridoio perfetto per il trasporto del fumo verso l’Europa occidentale.
Già nelle ultime 48 ore, numerosi satelliti meteorologici hanno rilevato una vasta nube di aerosol in transito sull’Atlantico settentrionale. In alcune aree del Regno Unito, del Benelux e della Francia settentrionale, il cielo si è tinto di sfumature grigiastre, e la visibilità in quota è diminuita. Anche in Italia — soprattutto al Nord — si è registrata una colorazione del cielo più opaca e lattiginosa del solito, a causa dell’arrivo degli strati più sottili di fumo in quota oltre all'umidità e i Cirri.
Impatti sulla qualità dell’aria? pochi effetti al suolo, ma attenzione.
Fortunatamente, la maggior parte del particolato trasportato su lunghe distanze resta confinato nelle quote medio-alte dell’atmosfera, e dunque ha un impatto limitato sulla qualità dell’aria a livello del suolo. Tuttavia, in caso di successivi afflussi d’aria discendente o condizioni meteo favorevoli alla subsidenza (come accade con certe configurazioni anticicloniche), parte del fumo può mescolarsi con l’aria nei bassi strati, peggiorando la qualità dell’aria soprattutto per le persone più sensibili, come bambini, anziani e soggetti asmatici.
Una crisi sempre più frequente
Questa non è la prima volta che il fumo degli incendi nordamericani raggiunge l’Europa. Era già accaduto nel 2023, nel 2024 e, in modo più esteso, nel 2021, quando la Columbia Britannica fu colpita da roghi devastanti. Tuttavia, ciò che preoccupa gli esperti è la frequenza sempre più alta con cui questi episodi si verificano, e la loro intensità crescente.
Il Canada, in particolare, è un territorio molto vulnerabile, ricco di foreste boreali che, durante le stagioni calde e secche, diventano facilmente infiammabili. A peggiorare la situazione ci sono temperature in aumento, periodi di siccità prolungati e l’intensificarsi di venti secchi. In pratica, un cocktail esplosivo per la propagazione del fuoco.
Secondo Natural Resources Canada, il 2023 è stato l’anno peggiore mai registrato per incendi boschivi nel Paese, con oltre 18 milioni di ettari bruciati. I primi mesi del 2025, stando agli attuali andamenti, non lasciano presagire nulla di buono.
Un problema globale che ci riguarda da vicino
Questa crisi, pur sviluppandosi a migliaia di chilometri di distanza, ci ricorda ancora una volta quanto interconnesso sia il nostro pianeta. Il fumo che oggi vela il cielo sopra le nostre teste nasce da un incendio in una foresta remota, eppure ha effetti tangibili sul nostro ambiente.
Questa è la nuova realtà climatica in cui viviamo: eventi estremi localizzati — che si tratti di incendi, ondate di calore o alluvioni — possono avere ripercussioni su scala globale, spingendo governi, cittadini e comunità scientifica a lavorare insieme per affrontare una sfida planetaria.
Nel frattempo, il cielo lattiginoso che osserviamo in queste ore qui sul reggiano può sembrare solo una curiosità meteorologica. In realtà, è un campanello d’allarme. Un invito a osservare con occhi più attenti i segnali che la natura ci sta mandando.
METEOREGGIO.IT
Dott. Matteo Benevelli
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