Perché trema la Pianura reggiana? Viaggio nelle faglie nascoste sotto Bagnolo, Cadelbosco e Novellara
Ogni tanto, nella nostra provincia, un rombo sordo e un piccolo scossone ci ricordano che il suolo non è fermo. E quasi sempre accade nella stessa fascia di Pianura, tra Bagnolo in Piano, Cadelbosco, San Giovanni della Fossa e Novellara. Non è un caso: sotto i campi, nascosta da chilometri di sedimenti, c’è una struttura geologica che lavora da milioni di anni.
Cos’è una faglia
Una faglia è una frattura della crosta terrestre lungo la quale due blocchi di roccia possono scorrere l’uno rispetto all’altro. Le rocce, però, non scivolano con dolcezza: restano incastrate e intanto la spinta le deforma, come un elastico che si tende. Quando la tensione supera la resistenza, la roccia cede di colpo e libera energia sotto forma di onde sismiche. Il punto di rottura in profondità si chiama ipocentro, il punto sulla verticale, in superficie, epicentro.
Il motore: Appennino contro Adria
A spingere è la lenta collisione tra l’Appennino e la placca Adriatica, su cui poggia buona parte della Pianura Padana. Il risultato, in sintesi, è che il fronte appenninico si accavalla su Adria.
Di quanto? Pochissimo, ma di continuo. I dati GPS indicano un accorciamento di circa 2-3 mm l’anno sul fronte dell’Appennino settentrionale e di 1-2 mm l’anno su quello delle Alpi meridionali. Nel Nord-Est d’Italia il movimento di Adria è stato misurato attorno a 2 mm l’anno e viene assorbito quasi tutto dalle Alpi meridionali. Per capirci, le unghie crescono più in fretta: in cento anni questo avvicinamento fa accumulare 20-30 centimetri. È un’enormità, se si accumula tutta sullo stesso tratto di roccia.
Una faglia che non si vede
Quando si parla di faglia ci si immagina una spaccatura nel terreno. Qui no. Pieghe, faglie inverse e sovrascorrimenti inclinati verso nord-nord-est sono sepolti sotto la copertura sedimentaria. La spessa copertura dell’avanfossa padana cancella ogni traccia di deformazione fragile in superficie dei terremoti generati dai sovrascorrimenti profondi. Sono le faglie cieche: in superficie, al massimo, il terreno si piega lievemente in una grande ondulazione, l’anticlinale che vedete nello schema sotto San Giovanni della Fossa. Il Po e i suoi affluenti hanno coperto la ferita, ma non l’hanno guarita.
Nelle foto allegate, poi, potete vedere un esempio di faglia visibile sul monte Vettore dopo il sisma dell'Abruzzo.
Perché proprio qui
Nella mappa dei fronti sepolti dell’Appennino il margine non è una linea retta: disegna una serie di archi, con “salienti” che avanzano verso la Pianura e “rientranze” che arretrano. Il più importante è l’Arco ferrarese, e la sua parte occidentale passa sotto la nostra Pianura.
È lì che si concentrano i terremoti storici. Il tratto occidentale dell’arco fu attivato nel 1831 e nel 1832 (Mw 5.5) e più di recente dal terremoto di Reggio Emilia del 1996 (Mw 5.4). Per il 1996 uno studio parla di un retroscorrimento nella parte occidentale dell’Arco ferrarese. E il 9 febbraio 2022 due scosse hanno avuto epicentro tra Bagnolo in Piano e Correggio, a 6-7 km di profondità. Quella fascia, evidenziata nella mappa, è la parte più attiva della nostra Pianura.
La faglia reggiana e il 2012: cosa cambia
Il terremoto dell’Emilia del maggio 2012 ha coinvolto un’altra porzione dello stesso grande sistema, più a est. Interessò i fronti compressivi più esterni della catena nord-appenninica, come le pieghe ferraresi, sepolte da una spessa coltre di sedimenti. Le differenze principali:
Intensità: nel 1996 la scossa principale fu di magnitudo 5.4. Nel 2012 ci furono una scossa di ML 5.9, a 6,3 km di profondità, il 20 maggio, e una di ML 5.8, a 10,2 km, il 29 maggio, circa 12 km più a sud-ovest.
Estensione: la sequenza del 1996 si concentrò in una piccola area. Nel 2012 le scosse interessarono una lunghezza di quasi 40 km tra Mirandola e Ferrara. L’INGV parlò di un sistema di faglie complesso, non di una singola faglia.
Effetti: il terremoto del 2012 provocò 27 morti e 350 feriti. A Finale Emilia e San Felice i danni furono amplificati dalle liquefazioni dei terreni sabbiosi.
Non erano zone “tranquille” in senso assoluto: un terremoto simile aveva già colpito Ferrara nel 1570, con danni fino all’ottavo grado Mercalli, e un altro Finale Emilia nel 1639. Sono faglie “parenti”, con storie diverse.
E ora?
I terremoti non si prevedono, ma si conoscono. Sapere che sotto la nostra Pianura c’è una struttura attiva, capace di scosse moderate e talvolta forti, aiuta a costruire e ristrutturare meglio e a non farsi cogliere impreparati. Se avvertite una scossa, il sito INGV raccoglie le segnalazioni con il questionario “Hai sentito il terremoto?”.
Il suolo, in fondo, racconta la stessa storia delle nuvole: tutto è in movimento, ma a velocità diverse.
Immagini: elaborazioni Meteo Reggio. La mappa dei fronti di sovrascorrimento riprende studi della letteratura geologica citati nella didascalia.
METEOREGGIO.IT
Dott. Matteo Benevelli
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