L'Anello di Cà Vai: viaggio nel passato marino e minerario dei calanchi di Baiso
A Baiso, nel cuore dell'Appennino reggiano, esiste un luogo capace di raccontare in poche ore di cammino milioni di anni di storia geologica, un passato fatto di oceani profondi, creature marine gigantesche e, molto più recentemente, di intense attività minerarie. È l'Anello di Cà Vai, un percorso escursionistico ed educativo di 3 chilometri che riporta alla luce la complessità – e la fragilità – del paesaggio calanchivo reggiano. Un luogo che cela una sorpresa preistorica nelle profondità del suo percorso ... il Mosasauro!
A Baiso, nel cuore dell’Appennino reggiano, esiste un luogo capace di raccontare in poche ore di cammino milioni di anni di storia geologica, un passato fatto di oceani profondi, creature marine gigantesche e, molto più recentemente, di intense attività minerarie. È l’Anello di Cà Vai, un percorso escursionistico ed educativo di 3 chilometri che riporta alla luce la complessità – e la fragilità – del paesaggio calanchivo reggiano.
Dalle cave alla rinascita: il progetto Mineland
L’area era stata segnata per decenni dall’estrazione dell’argilla, preziosa per lo sviluppo del distretto ceramico in pieno boom negli anni ’50. Benessere economico, sì, ma al prezzo di un paesaggio profondamente ferito.
Oggi, grazie al progetto europeo Mineland, frutto della collaborazione tra Regione Emilia-Romagna, Provincia di Reggio Emilia, Comune di Baiso, UNIMORE e CEAS Terre Reggiane Tresinaro-Secchia, questa zona è stata recuperata e restituita alla comunità come laboratorio a cielo aperto.
Il percorso: tra boschi, campi e argille varicolori
Il sentiero compie un anello con 200 metri di dislivello, scendendo verso il Rio Giorgella per poi risalire verso il punto di partenza, nei pressi di Casale di Baiso.
I primi passi si muovono fra campi coltivati e boschi di querce e frassini, costeggiando il caseggiato di Casino, riconoscibile per la sua torre colombaia del XVII secolo. Un tempo queste strutture erano fondamentali: ospitavano piccioni e rondoni che fornivano carne pregiata e, soprattutto, un guano ricchissimo di nutrienti utilizzato come fertilizzante.
Dopo circa 700 metri si raggiunge un punto panoramico sulle Argille Varicolori, che raccontano una storia antichissima: qui, nel Cretaceo superiore (100–72 milioni di anni fa), si estendeva il profondo Oceano Ligure-Piemontese, discendente dell’antica Tetide.
Il sentiero prosegue fra ginestre, rose canine e, in primavera, orchidee selvatiche, fino ai ruderi di Cà Vai, da cui il percorso prende il nome. Questi edifici testimoniavano la vita contadina, con abitazioni, fienili e ricoveri per animali. Poco più avanti si cammina sul margine di un ecotono, la fascia di transizione tra bosco e vigneto, uno dei punti più ricchi di biodiversità di qualunque ecosistema.
Verso il Rio Giorgella: dove riaffiorano gli ecosistemi antichi
Scendendo si entra in una zona più fresca e umida, dove compaiono i pioppi e alcuni esemplari di Pino silvestre (Pinus sylvestris). Questi pini sono vere e proprie reliquie glaciali: qui arrivarono durante l’ultima glaciazione e sono riusciti a sopravvivere solo grazie a particolari condizioni climatiche e del suolo.
Al km 2,1 si raggiunge l’area attrezzata del Rio Giorgella, il punto più suggestivo dell’anello: qui le argille raccontano la vita del fondale oceanico profondo, fra 3000 e 6000 metri sotto la superficie del mare. Un mondo senza luce, dove gli organismi sopravvivevano grazie ai batteri chemiosintetici. Vermi tubicoli, piccoli crostacei e bivalvi lasciarono tracce deboli, ma ancora leggibili, della loro presenza.
Il gigante del mare: il Mosasauro di Baiso
L’area ospita anche una ricostruzione a grandezza naturale del Mosasauro, il grande rettile marino che dominava i mari del Cretaceo. A pochi chilometri da qui, nel 1886, nel letto del Rio Marangone venne trovato un frammento del muso di Mosasaurus cf. hoffmannii, oggi conservato all’Università di Modena e Reggio Emilia.
I Mosasauri erano predatori potenti, lunghi fino a 12 metri, imparentati con varani e serpenti. Dotati di una seconda fila di denti nel palato, nuotavano con la coda in modo simile agli squali e cacciavano pesci, ammoniti e altri rettili marini.
Il fossile ritrovato a Baiso non è solo un reperto raro per l’Italia: conferma che le colline reggiane erano un tempo sommerse da un oceano profondo, parte dell’antico bacino Ligure-Piemontese.
Quel fondale, originariamente posto a centinaia di chilometri più a ovest – probabilmente davanti alle coste dell’attuale Francia meridionale – è arrivato qui grazie alla collisione tra la placca africana ed europea, che ha sollevato e accartocciato gli strati oceanici formando gli Appennini (Oligocene-Miocene, 30–35 milioni di anni fa).
Il ritorno verso monte
La risalita dell’anello attraversa ancora boschi misti e coltivazioni fino ai ruderi di Casa Pietracava, al km 3,2, per poi riemergere tra gli affioramenti di argille variopinte che chiudono il percorso ad anello.
Un viaggio nel tempo lungo milioni di anni
L’Anello di Cà Vai è oggi un luogo che unisce educazione ambientale, geologia, storia contadina e bellezze paesaggistiche. Un paesaggio nato dal mare, modificato dall’uomo e infine restituito alla natura grazie a un importante intervento di riqualificazione. Un itinerario ideale per chi ama escursioni brevi ma ricche di contenuti, e perfetto per comprendere le radici profonde – in tutti i sensi – del territorio reggiano.