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Foto del 20 maggio 2024

Oggi vi postiamo una serie di scatti di uno dei tanti luoghi nascosti del nostro territorio a pochi passi da noi. Con le immagini di Mauro Malvolti e la sua pagina "l'Appennino dentro l'obiettivo", andiamo sulle rive del fiume Secchia. Più precisamente poco a monte della traversa di Castellarano. Scendendo da monte siamo in un punto in cui l'alveo del Fiume Secchia, dopo essersi allargato presso Roteglia, si restringe bruscamente alla Stretta del Pescale, per poi ampliarsi nuovamente a valle, all'altezza di Castellarano. Questo restringimento è dovuto a una barriera naturale formata da strati di arenarie mioceniche (Formazione di Pantano: arenarie con cemento calcareo della base del "Gruppo di Bismantova"). Le pareti di questa stretta sono a picco sulle acque del Secchia e del Rio Pescarolo, con un'altezza di circa 30 metri. La sommità dello sperone calcarenitico, che si trova tra il letto del Fiume Secchia e il vicino Fosso Pescarolo, presenta una superficie terrazzata a circa 200 metri di quota, ricoperta da ghiaie e sospesa a circa 30 metri sopra l'alveo fluviale. Questa superficie è uno degli esempi più evidenti di antiche superfici terrazzate del territorio. Poco sopra l'alveo, sulla destra idrografica, c'è una cavità di erosione fluviale, formata in corrispondenza di una frattura nella roccia. Si tratta di una cavità che in parte è stata ampliata dall'uomo per estrarne un piccolo strato di lignite contenuto nelle rocce di arenaria. La cavità si estende per circa 20 metri con un dislivello di 10 metri. Sulla superficie terrazzata sulla sponda modenese, all'estremità sud della Stretta del Pescale, chiamata "Il Castellaro", esisteva un insediamento neolitico tra la fine del V millennio e la fine del III millennio a.C. (4.000-2.800 a.C.). I resti di questo insediamento furono scoperti alla fine dell'Ottocento grazie alle ricerche di Giovanni Canestrini, professore di zoologia all'Università di Modena, e di Gaetano Chierici. In particolare, l'archeologo reggiano Gaetano Chierici effettuò nel 1866 scavi nel settore nord-nordest del terrazzo, che portarono alla scoperta dell'insediamento neolitico e, negli strati superficiali, di un villaggio eneolitico (3.500-1.800 a.C.). Gli scavi sistematici condotti dal naturalista e archeologo modenese Fernando Malavolti permisero di definire la natura dell'insediamento, un villaggio preistorico esteso su almeno 2.600 mq, composto da grandi capanne leggermente scavate nel terreno, con pareti e tetti di materiale ligneo, a volte intonacati di argilla. Tra il 1937 e il 1942, Malavolti condusse una serie di sopralluoghi e ricerche di superficie, individuando ai piedi delle pareti rocciose che formano la sponda sinistra del Rio Pescarolo le tracce dei punti di estrazione della selce lavorata trovata sul terrazzo. Questi strati, ricchi di selce ("livelli selciosi"), appartengono alla Formazione di Contignaco e sono coperti dai terreni del Gruppo di Bismantova o direttamente dalla Formazione del Termina. Dai livelli superficiali del terrazzo del Castellaro, disturbati dai lavori agricoli, sono stati raccolti frammenti ceramici dell'Età del Bronzo e dell'epoca Romana, testimoniando una lunga frequentazione umana di questa superficie terrazzata.
Foto del 20 maggio 2024

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