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Foto del 16 settembre 2025

Con questo iconico scatto di Erio Frigeri parliamo della più tipica coltivazione del nostro territorio, quella che a breve tingerà i nostri campi con il suo foliage.

La vite del Lambrusco ha radici antichissime e profonde, intrecciate con quelle della terra emiliana. Il suo nome deriva dalla vitis labrusca, la vite selvatica che già cresceva spontanea ai margini dei campi ai tempi dei Romani. Era una pianta “di confine”, rustica e vigorosa, che sapeva adattarsi anche ai terreni più difficili, e che già allora regalava grappoli dal colore intenso e dal sapore vivace. Plinio il Vecchio la citava nelle sue opere, a testimonianza di quanto fosse nota e diffusa nelle campagne della Pianura Padana.

Col passare dei secoli, quella vite selvatica venne addomesticata e selezionata dai contadini emiliani, diventando il cuore della viticoltura locale. La sua forza era — ed è tuttora — la capacità di adattarsi a suoli diversi: le sabbie e le ghiaie portate dai fiumi come il Secchia e il Panaro, i terreni argillosi della pianura, ma anche le colline più sciolte e calcaree del Reggiano e del Modenese. Ogni tipo di terreno regala al Lambrusco un carattere differente: più fragrante e floreale nei suoli leggeri, più corposo e tannico laddove prevale l’argilla.

La vite del Lambrusco ama il clima della sua terra: estati calde, inverni freddi, primavere e autunni umidi, che favoriscono lo sviluppo di grappoli compatti e zuccherini. La nebbia che avvolge la pianura e la brezza che scende dall’Appennino contribuiscono a creare quell’equilibrio che lo rende unico. Non è un caso che questa pianta non abbia mai trovato la stessa espressione fuori dall’Emilia: qui si intrecciano fattori naturali e culturali che la rendono indissolubilmente legata al paesaggio e alla sua gente.

Oggi il Lambrusco è un mosaico di vitigni e denominazioni, ma il filo rosso resta sempre lo stesso: una vite che nasce selvatica, si adatta con generosità e restituisce nel calice il sapore autentico della sua terra, tra argille, sabbie e colline. È questo legame profondo con il suolo e con la storia a renderlo non solo un vino, ma un simbolo dell’identità emiliana.
Foto del 16 settembre 2025