Foto del 14 ottobre 2025
Torniamo a parlare di biodiversità e di animali amati/odiati del nostro territorio con questo bellissimo scatto di William Vivarelli.
Tra i rami dei boschi di latifoglie e nei vecchi casolari dell’Appennino vive un piccolo e curioso abitante notturno: il ghiro (Glis glis). Con il suo corpo tozzo, la lunga coda pelosa e gli occhi grandi e scuri, ricorda un po’ uno scoiattolo in miniatura. È un roditore appartenente alla famiglia dei gliridi, diffuso in gran parte dell’Europa e molto comune anche in Italia, dove popola le zone collinari e montane ricche di querce, faggi e castagni.
Il ghiro è famoso per una caratteristica che gli ha valso la fama di gran dormiglione: letargo lunghissimo. Con l’arrivo dell’autunno, accumula riserve di grasso e si prepara a dormire fino a sette mesi consecutivi, risvegliandosi solo in primavera. Questo lungo sonno non è pigrizia, ma un’efficace strategia di sopravvivenza: nelle stagioni fredde, quando il cibo scarseggia, il suo metabolismo rallenta e la temperatura corporea si abbassa per risparmiare energia.
Attivo di notte, il ghiro si muove agilmente tra i rami alla ricerca di frutti, noci, castagne e bacche, ma non disdegna insetti o uova di uccelli. È un animale molto territoriale e prudente, che comunica con una varietà di fischi e squittii, soprattutto durante la stagione degli amori, tra giugno e agosto. Le femmine partoriscono una sola volta l’anno, dando alla luce una piccola cucciolata che cresce nel nido caldo e protetto costruito con foglie e muschio.
Tra le curiosità, il ghiro è citato fin dall’antichità: i Romani lo consideravano una prelibatezza culinaria e lo allevavano in apposite giare chiamate gliraria. Oggi, invece, è una specie protetta e rappresenta un importante indicatore della salute degli ecosistemi forestali.
Simbolo di quiete e lentezza, il ghiro ci ricorda che anche nel mondo naturale il riposo ha un ruolo prezioso: serve a rigenerarsi, per affrontare con energia la prossima stagione.
Tra i rami dei boschi di latifoglie e nei vecchi casolari dell’Appennino vive un piccolo e curioso abitante notturno: il ghiro (Glis glis). Con il suo corpo tozzo, la lunga coda pelosa e gli occhi grandi e scuri, ricorda un po’ uno scoiattolo in miniatura. È un roditore appartenente alla famiglia dei gliridi, diffuso in gran parte dell’Europa e molto comune anche in Italia, dove popola le zone collinari e montane ricche di querce, faggi e castagni.
Il ghiro è famoso per una caratteristica che gli ha valso la fama di gran dormiglione: letargo lunghissimo. Con l’arrivo dell’autunno, accumula riserve di grasso e si prepara a dormire fino a sette mesi consecutivi, risvegliandosi solo in primavera. Questo lungo sonno non è pigrizia, ma un’efficace strategia di sopravvivenza: nelle stagioni fredde, quando il cibo scarseggia, il suo metabolismo rallenta e la temperatura corporea si abbassa per risparmiare energia.
Attivo di notte, il ghiro si muove agilmente tra i rami alla ricerca di frutti, noci, castagne e bacche, ma non disdegna insetti o uova di uccelli. È un animale molto territoriale e prudente, che comunica con una varietà di fischi e squittii, soprattutto durante la stagione degli amori, tra giugno e agosto. Le femmine partoriscono una sola volta l’anno, dando alla luce una piccola cucciolata che cresce nel nido caldo e protetto costruito con foglie e muschio.
Tra le curiosità, il ghiro è citato fin dall’antichità: i Romani lo consideravano una prelibatezza culinaria e lo allevavano in apposite giare chiamate gliraria. Oggi, invece, è una specie protetta e rappresenta un importante indicatore della salute degli ecosistemi forestali.
Simbolo di quiete e lentezza, il ghiro ci ricorda che anche nel mondo naturale il riposo ha un ruolo prezioso: serve a rigenerarsi, per affrontare con energia la prossima stagione.