Foto del 12 ottobre 2023
Torniamo in viaggio per il nostro Appennino. Dopo aver parlato ampiamente delle Montagne che superano il limite degli alberi, ci sembra giusto anche parlare di uno dei principali corsi d'acqua che il nostro Appennio lo scolpisce.
Uno dei torrenti più apprezzati per bellezza e qualità delle acque è sicuramente il "Dolo" e vi ci portiamo con i meravigliosi scatti della bravissima fotografa Laura Portella.
Nasce in una delle valli più protette e nascoste del nostro Appennino e attinge le sue acque dalla famosissima "Abetina reale". Si tratta di una valle glaciale che abbraccia il fianco meridionale del Gigante, il versante orientale del Prado e via via si prosegue verso il passo delle Forbici fino a Civago.
Siamo all'interno di fitte faggete che in questo periodo (metà ottobre), iniziano a tingersi di un giallo stupefacente. Dopo poco più di 20 Km raggiunge il fiume Secchia di cui è il maggior affluente.
Tecnicamente non abbiamo una vera e propria sorgente, poichè il corso d'acqua prende il nome di Torrente Dolo solo dopo la confluenza dei suoi principali torrenti, l'ultimo dei quali è il Riaccio delle Forbici nei pressi del Antica Hospitale San Leonardo al Dolo (nelle fotografie vediamo il piccolo ponte in legno che attraversa il Dolo proprio in quel punto).
Quindi la sua nasciata è derivate dall'unione del torrente Lama, il rio Torlo, il rio Sasso Fratto e il Riaccio delle Forbici.
Le sue acque sono da sempre state sfruttate dall'uomo, un po' per il sostentamento (pesca di trote e gamberi di fiume), e un po' per l'energia idromotrice che era in grado di fornire già prima dell'arrivo dell'elettricità. La sua corrente impetuosa metteva in moto le macine dei mulini che macinavano castagne, faggiole e cereali. Al tempo stesso mettevano in moto le grandi segherie che tagliavano il legno in arrivo dall'abetina reale tramite flutuazione delle acque stesse del Dolo. Lungo il suo percorso, infatti, venivano costruite grandi vasche (Bottacci) che aiutavano il trasporto gravitativo dei grandi tronchi che servivano al ducato Estense.
In tempi più recenti si è arrivati alla costruzione della Diga di Fontanaluccia a confine tra le province di Reggio Emilia e Modena.
La centrale idroelettrica (costruita tra il 1924 e 1929), è un raro esempio di archeologia industriale sull'Appennino reggiano-modenese, è miracolosamente sopravvissuta ai bombardamenti della Seconda guerra mondiale, probabilmente grazie al prato che copriva i suoi tetti.
E' stata risparmiata anche dalla ritirata tedesca, a differenza della vicina centrale di Muschioso. Questa è intitolata a Romeo Melli, direttore generale della società Emiliana Esercizi Elettrica e oggi gestita da Enel Produzione. Nel periodo 1985-89, l'intero impianto è stato ricostruito e uno dei vecchi gruppi turbina-alternatore è stato preservato per scopi didattici. Ora è esposto in una mostra accessibile al pubblico, che illustra i macchinari e le strumentazioni utilizzate dagli operai nella metà del secolo scorso.
La qualità delle acque è ancora ottima, zona sfruttata dagli amanti della pesca per catturare le Trote e dagli escursionisti per passeggiare lungo il semplice sentiero 605 ascoltandone lo scorrere impetuoso.