Foto del 10 ottobre 2025
Siamo al cospetto di un bel gruppo di Armillaria mellea, conosciuta anche come "chiodino", è uno dei funghi più comuni e riconoscibili dei nostri boschi autunnali. Appartiene alla famiglia delle Physalacriaceae e cresce in grandi cespi alla base di alberi vivi o morti, su ceppaie o radici, prediligendo ambienti umidi e ombrosi. Il nome “mellea” deriva dal latino mel, miele, per via del suo tipico colore giallo-bruno mielato.
È un fungo dal duplice volto: commestibile dopo accurata bollitura, ma anche parassita aggressivo in grado di attaccare alberi e arbusti, causando una grave malattia del legno nota come carie bianca radicale. L’Armillaria penetra attraverso le radici o le ferite della corteccia, diffondendosi nel terreno con lunghi filamenti neri chiamati rizomorfe, simili a cordoncini, che possono estendersi per metri. È proprio questa capacità di colonizzare vaste aree che le è valsa l’appellativo di “fungo più grande del mondo”: in alcune foreste dell’Oregon (USA) è stato scoperto un unico individuo di Armillaria esteso per oltre 900 ettari e con un’età stimata di migliaia di anni.
Il corpo fruttifero del chiodino è formato da un cappello convesso di 5-10 cm, coperto da piccole squame e sostenuto da un gambo fibroso con un anello biancastro. Le lamelle, dapprima bianche, tendono a ingiallire con l’età. La raccolta deve essere fatta con attenzione: i chiodini crudi sono tossici e possono causare disturbi gastrointestinali se non adeguatamente cotti.
Nella cultura popolare, l’Armillaria mellea rappresenta la forza nascosta del bosco, capace di trasformare la morte in nuova vita. Decompone il legno e restituisce al suolo sostanze nutritive, contribuendo al ciclo ecologico della foresta. Un fungo dunque affascinante e complesso, simbolo di equilibrio tra distruzione e rinascita, tra veleno e nutrimento.