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Foto del 07 febbraio 2024

In questi giorni di stupore e incredulità per quanto accaduto sul monte Cusna nel fine settimana, tanti utenti sono in ansia e apprensione per la colonia di marmotte (diverse decine) che abitano le praterie del nostro Gigante. Abbiamo deciso di parlarne prendendo in prestito questi meravigliosi scatti di Annarita Vignali, precisando fin da subito che avremo un approccio ottimista alla cosa e per niente sensazionalistica. Non vogliamo, quindi, aggiungere apprensione o rabbia a chi ancora è furente per quanto accaduto. Poichè è scontato che quanto accaduto sia opera dell'uomo (involontaria o volontaria). In passato sono già state protagoniste della nostra foto del giorno (31 agosto 2023), ma oggi completeremo quel discorso iniziato nel cuore dell'estate. Si tratta di una specie che sulle nostre Montagne risultava estinta ed è stata introdotta da prima nell'Appennino modenese: Monte Giovo, Monte Cimoncino, Monte Cimone e Appennino bolognese: Corno alle Scale (1955). Nel 1970 è stata introdotta al Lago Pradaccio nel parmense ed in fine nel 1982 anche sul nostro Monte Cusna. In questo periodo, però, le Marmotte sono in pieno letargo. Nel nostro Appennino (solitamente) va dalla fine di settembre-ottobre, fino a marzo-aprile. E' loro abitudine chiudersi in una camera di ibernazione appositamente imbottita di fieno, il cui ingresso è accuratamente chiuso con terra. In questa fase l'attività metabolica dell'animale rallenta drasticamente e la sua temperatura corporea si abbassa significativamente. Durante il letargo, la marmotta riduce al minimo le sue funzioni vitali per conservare energia e sopravvivere alle condizioni invernali avverse, come il freddo e la scarsità di cibo. Questo stato di dormienza termina quando le temperature si riscaldano e le risorse alimentari diventano nuovamente disponibili. Ci sono, quindi, buone possibilità per sperare che le nostre Marmotte stiano dormendo beatamente al calduccio e che non abbiano nemmeno risentito dell'ingresso del fumo nelle loro stanze dal momento che queste sono ben sigillate. Certamente non avranno un risveglio piacevole quando ai accorgeranno che quasi una trentina di ettari di cibo sono andati persi. Parliamo di una specie erbivora, che si nutre di erbe alpine, ramoscelli morbidi, fiori, frutta, bulbi, radici ... ), occasionalmente appetisce anche Insetti, vermi e altri piccoli animali. Ma come specificato, vogliamo dare una lettura "ottimista" di quanto accaduto ai nostri utenti. In generale, un incendio ha effetti negativi a breve termine sull'ecosistema, ma può anche promuovere la rigenerazione e la diversità biologica a lungo termine, a condizione che le condizioni ambientali siano favorevoli e che non vi siano ulteriori disturbi che ostacolino il recupero dell'ecosistema. - Inizialmente, l'incendio brucia la vegetazione presente sulla prateria alpina. - Dopo l'incendio, molte piante possono rigenerarsi attraverso le loro radici, bulbi o semi. Anche le piante erbacee possono rigermogliare dalle radici sotterranee o dai semi che si trovano nel suolo. - Diverse specie vegetali possono sfruttare il vuoto ecologico lasciato dall'incendio e competere per lo spazio e le risorse. Ciò può portare a una successione ecologica, con nuove specie che colonizzano gradualmente l'area bruciata. - Con il ritorno della vegetazione, la fauna può gradualmente ripopolare l'area, poiché le piante forniranno cibo e rifugio per gli animali. - A lungo termine, l'incendio e la successiva rigenerazione possono portare a cambiamenti nella composizione della comunità vegetale. Alcune specie potrebbero essere favorite rispetto ad altre, a seconda delle loro caratteristiche di adattamento al fuoco e delle condizioni ambientali. Siamo troppo ottimisti? Ovviamente la rabbia è tanta anche in noi, ma siamo comunque consci che poteva andare molto peggio di così.
Foto del 07 febbraio 2024

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