Appuntamento con la storia per la Crew Dragon

Appuntamento con la storia per la Crew Dragon

Tantissimi nostri utenti probabilmente non sanno di cosa stiamo parlando, ma questa sera (mercoled’ 27 maggio 2020), dalla storica rampa Pad 39/A (che vide il lancio dei famosi vettori Saturno V e degli Space Shuttle), decollerà una nuova navetta chiamata Crew Dragon. Navetta che per la prima volta trasporterà verso la Stazione Spaziale Internazionale un equipaggio umano. Non accadeva dai tempi dello Space Shuttle che un equipaggio umano non partiva per lo spazio dal suolo americano con un mezzo americano. La portata storica dell’evento non è solo dettato dal fatto che si tratti di un lancio del tutto americano, ma anche dal fatto che a fornire razzo e capsula è un’azienda privata, la Space X di Elon Musk, quella degli Starlink di cui abbiamo spesso parlato sulla nostra pagina Facebook.

Salvo imprevisti meteo (che non ci sentiamo di escludere), il lancio avverrà alle 22:33 da Cape Canaveral in Florida e 22 minuti dopo si troverà già sulle nostre teste. Alle 22:55, infatti, la capsula potrebbe sorvolare l’Italia ed essere visibile anche dalla nostra provincia!
   

In tal caso la capusala dovrebbe raggiungere una magnitudine (luminosità) tale da poter essere vista ad occhio nudo. Alle 22:57 si avvicinerà alla Stella Polare e poco dopo si spengerà poiché entrerà nel cono d’ombra della Terra, pertanto non potrà più riflettere i raggi del Sole verso di noi rendendosi invisibile.

I due astronauti scelti dalla NASA per la missione sono Douglas Hurley e Robert Behnken e partiranno per una missione di media durata, che va dai 30 ai 119 giorni. Il giorno del loro rientro verrà deciso in base ai dati che ricaveranno dalla Dragon, soprattutto sullo stato dei pannelli solari, l’elemento strutturale più critico della capsula. Per godersi i momenti cruciali del lancio (che sarà trasmesso dalla Nasa qui).


Douglas e Behnken si sono addestrati per molti mesi all’utilizzo degli innovativi comandi a bordo della navicella, soprattutto per il fatto che essa è comandata da grandi monitor touch-screen e non più da una moltitudine di bottoni e leve come in passato (se volete sapere di cosa stiamo parlando, potete addestrarvi sul simulatore appositamente creato dalla Space X per voi a questo link). Per non parlare, poi, dell’addestramento alle varie mansioni che dovranno effetuare a bordo della Stazione Spaziale Internazionale tra cui, probabilmente, una passeggiata spaziale.

Una volta arrivata in orbita e sganciata dal secondo stadio, la Dragon inizierà il suo viaggio in solitaria verso la Iss, un viaggio che durerà circa 19 ore. Siccome si tratta ancora di un volo dimostrativo, l’equipaggio dovrà effettuare diversi controlli sui sistemi di navigazione. A 150 metri dalla Iss, Behnek e Hurley assumeranno il controllo manuale della capsula, per testarne gli innovativi comandi. Il controllo manuale servirà per simulare un’avaria alla “guida autonoma” della capsula, senza però eseguire il docking finale, che tornerà a essere affidato al pilota automatico.

A differenza dalla capsula russa Soyuz, la Crew Dragon è progettata per atterrare in mare aperto, come avveniva per le capsule Apollo che portarono l’uomo sulla Luna. SpaceX ha testato a lungo questa procedura grazie agli otto anni di esperienza con le capsule Cargo Dragon, che portavano rifornimenti sulla Iss , rientrando poi al largo della California
La versione crew della Dragon effettuerà una manovra molto simile, però l’ammaraggio avverrà difronte le coste della Florida.
Prima di impattare contro l’atmosfera però, verrà sganciato il trunk, la sezione con i pannelli solari, liberano lo scudo termico.

Una volta rientrata in atmosfera, la capsula sfrutterà i suoi sei paracadute. Inizialmente se ne apriranno due, denominati drag parachute, che ridurranno di molto la velocità di caduta, quindi si apriranno i quattro principali. L’azienda di Musk ha eseguito con successo 27 test su queste componenti, realizzate in Zylon, un materiale molto più resistente del nylon.

In fine due navi della flotta di Space X sono state modificate in modo da recuperare la capsula al rientro. Sono anche dotate di una piattarforma per il decollo di elicotteri, utilizzato per trasportare gli astronauti nell’ospedale più vicino in caso di emergenza.

Grazie a questo lancio, avrà ufficialmente inizio l’era dell’esplorazione spaziale partecipata da aziende private. Un traguardo fondamentale in ambito economico e geopolitico.

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Ci saluta definitivamente anche la Cometa Swan

Ci saluta definitivamente anche la Cometa Swan

Non ce l’ha fatta a resistere alla forte pressione esercitata dall’avvicinarsi al nostro Sole. La cometa C/2020 F8 (SWAN) si sta avvicinando alla nostra Stella, raggiungendo il perielio il 27 maggio, ma la sua luminosità è calata di molto e ciò è il chiaro sintomo che qualcosa non è andato come doveva.

Sorte analoga a quella della sua collega precedente, la cometa C/2019 Y4 (Atlas), che ad inizio Aprile si è spezzata in più frammenti (vedi immagine qui sotto) dopo un veloce aumento di luminosità che faceva ben sperare il pubblico. Gli esperti di comete, però, sanno molto bene che aumenti bruschi di luminosità quando queste devono ancora raggiungere il perielio sono spesso un cattivo segnale. Il nucleo delle comete è composto da polveri e rocce molto volatili e poco coese, spesso con molto ghiaccio. Corpuscoli di pochi chilometri di diametro subiscono dei forti shock quando si avvicinano al nostro caldo e radioattivo Sole.


Una volta persa ogni speranza per la cometa Atlas, gli appassionati di astronomia riponevamo grandi speranze nella cometa Swan (il nome è dovuto al fatto che è stata scoperta in un’immagine scattata dalla fotocamera SWAN il 25 marzo 2020 a bordo del telescopio spaziale SOHO), perché si dimostrava piuttosto luminosa fin dai primi giorni della sua scoperta. Per via della sua orbita inclinata, gli osservatori dell’emisfero australe sono stati i primi a poter ammirare la Swan, che esibiva una bella coda (vedi immagine qui sotto del 01 maggio 2020) e un costante incremento in luminosità per tutto aprile, con un importante salto alla mag. 5,2 verso fine mese che faceva presagire un picco intorno alla mag. 2,8 verso il 21 maggio, poco prima del passaggio al perielio, previsto per il 27 dello stesso mese.

Come detto in precedenza, però, aumenti così repentini sono un grosso rischio… specie per comete che sono al loro “primo approccio” con il nostro Sole. Negli ultimi giorni, però, la luminosità è calata di molto. Di per sé non è un evento grave, ma il brusco declino degli ultimissimi giorni ne conferma la quasi definitiva estinzione. L’immagine di copertina ci mostra il nucleo della cometa il 22 maggio 2020, già molto debole e difficile da percepire.

Purtroppo la Swan e l’Atlas si aggiungono alla lunghissima lista di “comete del secolo” annunciate e che si rivelano un fiasco sul più bello. Per vedere una cometa lontanamente paragonabile alle splendide Hale-Bopp e Hyakutake (1997 e 1996), dovremo attendere ancora un po’… speriamo di non dover attendere la cometa di Halley che passerà solamente nel luglio del 2061!

Per consolarci, però, va detto che per via della sua orbita la cometa Swan non ci avrebbe potuto regalare un grande spettacolo, poiché la sua inclinazione non l’avrebbe fatta salire di molto sopra l’orizzonte al tramonto, quindi la luce del Sole appena sotto l’orizzonte ne avrebbe reso difficoltosa la visione ad occhio nudo… sarà per la prossima.

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Dott. Matteo Benevelli

 

I bolidi di Capodanno nei cieli reggiani

I bolidi di Capodanno nei cieli reggiani

Nelle ultime ore ha suscitato grande interesse il luminoso bolide che la sera di Capodanno ha rischiarato il cielo sulla Pianura reggiana. Alle 19:26:54 del 1° gennaio un bolide ha fatto la sua comparsa su Reggio Emilia spostandosi molto velocemente verso Mirandola (MO).

Cos’è un Bolide?
Bolide non è un termine scientificamente riconosciuto, ma si tratta di una meteora molto luminosa, d’intensità superiore a quella visiva del pianeta Venere (visibile in queste serate al tramonto ad ovest). Una meteora è a tutti gli effetti quella che comunemente chiamiamo “stella cadente”, ovvero un corpo roccioso extraterrestre che entrando a contatto con la nostra atmosfera si ionizza e si sgretola nel cielo senza lasciare traccia di sè.

(Immagine di repertorio di un bolide ripreso dal fotografo casalgrandese Michele Sensi)

E se lasciase traccia di sè?
Significherebbe che i suoi frammenti riuscirebbero a raggiungere il suolo e da quel momento in poi non si parla più di meteora ma di meteorite.

Cos’è accaduto sui cieli reggiani a Capodanno?
La sera di Capodanno si sono verificati ben due di questi eventi astronomici! Non si tratta di eventi rari, ma sicuramente il fatto che siano accaduti sul nostro cielo rende il tutto più suggestivo. Un primo alle 19:26:54 che dalla periferia nord-est di Reggio Emilia si è spinto verso Mirandola nel modenese ed un secondo alle 20:51 sull’Appennino parmense nei pressi della Val Taro, ma comunque visibile anche dalla nostra provincia.
Il primo bagliore è stato emesso ad una quota di circa 76 Km tra Reggio Emilia e Correggio, per poi estinguersi a 21,7 Km d’altezza a Rovereto sul Secchia ad una velocità di circa 12 Km/s.

Che ne è stato del bolide che è transitato su Reggio Emilia?
Secondo i calcoli svolti dall’Istituto Nazionale di Astrofisica (INAF) qualche frammento potrebbe aver raggiunto il suolo e la zona interessata dalla caduta è quella del paesino di Disvetro, pochi km a nord-ovest di Cavezzo (Modena). La zona di incertezza è di circa 2,2 × 1,5 km.

I frammenti possono essere pericolosi?
No, niente di minaccioso, la stragrande maggioranza è composta da minerali quali il Ferro ed il Nichel, motivo per cui si chiede la massima cura per chi manipola queste rocce, dal momento che possono ossidare (arrugginire) molto velocemente e deteriorarsi. Riconoscerli non è per niente semplice pertanto l’INAF si raccomanda che: “Se qualcuno, abitante in zona, si imbattesse in un piccolo sasso ricoperto da una patina scura e con gli angoli smussati lo segnali a PRISMA (prima di raccoglierlo seguite queste ISTRUZIONI), inviando una foto all’email: prisma_po@inaf.it. Potremo verificare se si tratta di una sospetta meteorite o di una pietra comune. Nel primo caso andranno fatte ulteriori analisi in laboratorio. Va detto che le meteoriti non classificate sono prive di valore commerciale, quindi affinché il ritrovamento valga qualcosa il frammento deve prima essere analizzato e classificato dai ricercatori dell’INAF o dell’Università: non tenete nel cassetto una sospetta meteorite!

Da dove proveniva questa roccia?
Secondo i calcoli svolti dall’INAF parrebbe che la roccia in questione arrivasse dalla fascia degli asteroidi presente tra Marte e Giove. In questa zona si trova un sacco di materiale roccioso dalle dimensioni più varie che vanno dai pochi millimetri a qualche chilometro… fino ai quasi 1.000 Km di diametro come il pianeta nano Cerere. Si tratta di materiale che non è riuscito ad aggregarsi formando un pianeta per via delle interferenze gravitazionali esercitate dal Sole (da una parte) e dal gigante gassoso Giove (dall’altra). Queste rocce quando si scontrano tra di loro o vengono turbate in qualche modo dalla propria orbita ellittica attorno al Sole possono dirigersi verso il sistema solare interno fino ad arrivare a scontrarsi con la Terra (come in questo caso).

C’è da preoccuparsi?
Assolutamente no, eventi del genere accadono spesso e continueranno ad accadere. I corpi rocciosi più minacciosi vengono costantemente monitorati da Terra e se ne conosce già l’orbita e le possibilità d’impatto che essi potrebbero avere con il nostro pianeta.

Come mai si sono verificati due eventi in così poco tempo nella stessa zona?
Casualità, in qualunque momento dell’anno siamo interessati da sciami meteorici, solo in questi giorni di gennaio sono in corso almeno 5 sciami differenti tra cui le Quadrantidi che possono arrivare ad un picco di ben 120 meteore all’ora! (le Perseidi di agosto arriveranno attorno alle 90 meteore per ora)
Gli sciami periodici, però, sono spesso legati all’attraversamento da parte del nostro Pianeta di una nuvola di polveri lasciate dal passaggio precedente di Comete. Ovvero anno attraversassimo la nuvola di detriti lasciata dietro il suo passaggio dalla coda di una Cometa.

Hanno valore commerciale i meteoriti?
Certamente, ma devono essere riconosciuti come tali da un ente scientifico credibile. Ve ne sono di molto costosi e di molto economici a seconda della rarità dell’oggetto, del peso, della sua natura, dal luogo del ritrovamento, delle caratteristiche morfologiche che manifesta, ecc… Per darvi un’idea un grammo del meteorite Dar El Gani 400 di origine lunare può valere attorno ai 600 euro, ma un grammo è veramente piccolo in termini di dimensioni. Altri più comuni possono essere acquistati anche con qualche decina di euro (ad esempio quelli classificati NWA, ovvero North West Africa, luogo dove se ne trovano in gran numero ma fate sempre attenzione al venditore!).
Il frammento che potete vedere nelle due immagini qui sotto è un meteorite della nostra collezione privata ed è stato trovato pochi chilometri a nord della città polacca di Poznan a Morasko. Mostra ancora la crosta di fusione al suo esterno e tagliato in sezione anche le pieghe di deformazione dovute all’ingresso nella nostra atmosfera ed un po’ di ossidazione del Ferro contenuto.

 

 

 

 

 

(Video del bolide caduto tra Reggio Emilia e Mirandola)

Ed i primi frammenti sono stati già raccolti a ponte Motta, è stato il signor Davide Gaddi di Mirandola in compagnia della sua cagnolina Pimpa che li ha fiutati nell’erba nei pressi dell’ex discoteca Spirity club di ponte Motta.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Il signor Gaddi ha contattato gli astrofisici dell’INAF che accorsi sul posto hanno confermato il ritrovamento e la natura extraterrestre della roccia in questione che mostra chiari segni di ablazione da attraversamento dell’atmosfera terrestre. I ricercatori confermano che si tratta di frammenti di notevole dimensione.


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   Dott. Matteo Benevelli

Alcune delle nostre fonti ed immagini sono state tratte dal sito ufficiale della rete PRISMA dell’INAF, le foto del bolide sulla Pianura sono del fotografo casalgrandese Michele Sensi, il meteorite Morasko è della nostra collezione privata ed è stato mostrato ad esempio di un campione di meteorite ferroso.

Torna la ISS nel cielo di Settembre

Torna la ISS nel cielo di Settembre

La Stazione Spaziale Internazionale (ISS) torna a mostrarsi nel cielo della nostro provincia. Le occasioni per osservarla luminosa nel cielo saranno varie, pertanto non avete scuse per non riuscire ad osservare almeno un passaggio di questa meraviglia dell’ingenieria che vola a 400 Km di quota ed attualmente comandata dal nostro astronauta Luca Parmitano.

Si parte questa sera con due passaggi visibili, rispettivamente, alle ore 19:50 ed alle ore 21:26 ma vi diciamo fin da subito che non saranno due passaggi semplici… ma andiamo per gradi:

1° Passaggio
Piuttosto semplice da osservare se siete in grado di riconoscere Giove e Saturno in cielo, altrimenti guardate verso sud poco sopra l’orizzonte dalle 19:47 e noterete un puntino molto luminoso muoversi velocemente basso verso ovest. La luce sarà continua, intensa e non lampeggiante!
Non sapete riconoscere Giove? Beh… nessuno può farvene una colpa, sono pochi quelli che lo sanno. Semplificando possiamo dirvi di guardare verso sud appena (fa buio) la stella più luminosa del cielo. Se la fissate noterete che non emmette una luce “tremolante” come le altre stelle, questo perchè si tratta di un Pianeta! Giove, appunto, che alla sua sinistra ha un’altra stella più debole che presenta le medesime caratteristiche…….. questo perchè è anche lei a sua volta un Pianeta!…. Saturno e la ISS transiterà sotto di loro tra le 19:47 e le 19:49

2° Passaggio
Questa volta occhi puntati verso il punto dove tramonta il Sole, ovvero Ovest-Sud-Ovest poco distante da Giove che sta a sua volta tramontando. Dalle 21:23 noterete una luce bianca che in breve tempo salirà alta in cielo ed aumenterà gradualmente la sua luminosità. Purtroppo poco prima di culminare sulle nostre teste si spegnerà improvvisamente.
Per quale motivo? Perchè la curvatura della Terra, che è rotonda e non piatta 😉 , proietterà la sua ombra sulla Stazione. In sostanza vedremo il momento in cui il Sole tramonta per l’equipaggio della Stazione Spaziale che si trova 400 Km più in alto di noi.

I prossimi passaggi

Non vi tormenteremo con un articolo al giorno, pertanto vi pubblichiamo una tabella con tutti i prossimi passaggi visibili dalla nostra provincia fino alla fine del mese di Settembre.
Potete anche seguirci sulla nostra pagina Facebook dove spesso metteremo le cartine. Altrimenti potete trovare tutti i dati a questo link. dove, cliccando sulle singole date vi appariranno le carte del cielo con il tracciato del passaggio della ISS.

Buon divertimento e buona caccia!

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Dott. Matteo Benevelli

Un cielo marziano su Reggio Emilia

☀️? Un cielo… marziano ?☀️

Il Sole è tornato protagonista delle nostre giornate, oggi il cielo si presenta quasi completamente sereno… quasi… in questi minuti stanno transitando sul nostro territorio alcuni “Cirri”, nuvole composte da un sottile strato di ghiaccio.

Dei veri e propri sbuffi di polvere di ghiaccio che si trovano (oggi) a circa 9.000 metri di quota dove oggi le temperature raggiungono ben -55°C.

Ve le vogliamo far notare perchè due giorni fa la NASA ha pubblicato e bellissime immagini catturate dal rover marziano “Curiosity” che riprendeva dei meravigliosi Cirri marziani del tutto simili ai nostri che oggi solcano il nostro cielo… con la differenza che quelli si trovano a circa 31 Km di altezza!
Sono così alte che restano illuminate dal Sole anche quando su Marte è già calata la notte e gli scienziati sono in grado di calcolare precisamente la loro altezza attendendo il momento in cui si “spengono”.

Curiosity è l’ultimo rover rimasto attivo sulla superficie di Marte dopo lo spegnimento di Opportunity (doveva operare per 90 giorni marziani, invece ha resistito per ben 5457 giorni marziani, detti SOL). Purtroppo il 13 Febbraio 2019 la missione è stata dichiarata “conclusa” per l’assenza di segnali dal rover. Il segnale è stato perso per via di una tempesta di sabbia che ha oscurato il Sole non permettendo ai suoi pannilli solari (la sua unica fonte di energia) di ricaricare le batterie.

Foto:
Marte e Curiosity – NASA
Panorama della Pianura e Cirri – MeteoReggio.it

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Dott. Matteo Benevelli

I Buchi Neri finalmente hanno un volto

I Buchi Neri finalmente hanno un volto


L’Event Horizon Telescope (Eht) è un gruppo di otto radiotelescopi da terra che opera su scala planetaria, nato grazie a una collaborazione internazionale e progettato con lo scopo di catturare le immagini di un buco nero. Oggi, in una serie di conferenze stampa coordinate in contemporanea in tutto il mondo, i ricercatori dell’Eht annunciano il successo del progetto, svelando la prima prova visiva diretta mai ottenuta di un buco nero supermassiccio e della sua ombra.

Questo incredibile risultato viene presentato in una serie di sei articoli pubblicati in un numero speciale di The Astrophysical Journal Letters. L’immagine rivela il buco nero al centro di Messier 87, un’enorme galassia situata nel vicino ammasso della Vergine. Questo buco nero dista da noi 55 milioni di anni luce e ha una massa pari a 6,5 miliardi e mezzo di volte quella del Sole.

La rete di radiotelescopi di Eht. Crediti: Eso/O. Furtak

L’Eht collega gli otto radiotelescopi dislocati in diverse parti del pianeta dando vita a un telescopio virtuale di dimensioni pari a quelle della Terra, uno strumento con una sensibilità e una risoluzione senza precedenti. L’Eht è il risultato di anni di collaborazione internazionale e offre agli scienziati un nuovo modo di studiare gli oggetti più estremi dell’universo previsti dalla teoria della relatività generale di Einstein, proprio nell’anno del centenario dell’esperimento storico che per primo ha confermato questa teoria.

«Quello che stiamo facendo è dare all’umanità la possibilità di vedere per la prima volta un buco nero – una sorta di ‘uscita a senso unico’ dal nostro universo», spiega il direttore del progetto Eht Sheperd Doeleman del Center for Astrophysics della Harvard University. «Questa è una pietra miliare nell’astronomia, un’impresa scientifica senza precedenti compiuta da un team di oltre 200 ricercatori».

I buchi neri sono oggetti estremamente compatti, nei quali una quantità incredibile di massa è compressa all’interno di una piccola regione. La presenza di questi oggetti influenza l’ambiente che li circonda in modo estremo, distorcendo lo spazio-tempo e surriscaldando qualsiasi materiale intorno.

«Se immerso in una regione luminosa, come un disco di gas incandescente, ci aspettiamo che un buco nero crei una regione scura simile a un’ombra, un effetto previsto dalla teoria della relatività generale di Einstein che non abbiamo mai potuto osservare direttamente prima», aggiunge il presidente dell’Eht Science Council Heino Falcke della Radboud University, nei Paesi Bassi. «Quest’ombra, causata dalla curvatura gravitazionale e dal fatto che la luce viene trattenuta dall’orizzonte degli eventi, rivela molto sulla natura di questi affascinanti oggetti e ci ha permesso di misurare l’enorme massa del buco nero di M87».

Vari metodi di calibrazione e di imaging hanno rivelato una struttura ad anello con una regione centrale scura – l’ombra del buco nero – risultato che ritorna nelle molteplici osservazioni indipendenti fatte dall’Eht.

Le osservazioni dell’Eht sono state possibili grazie alla tecnica nota come Very-Long-Baseline Interferometry (Vlbi) che sincronizza le strutture dei telescopi in tutto il mondo e sfrutta la rotazione del nostro pianeta per andare a creare un enorme telescopio di dimensioni pari a quelle della Terra in grado di osservare ad una lunghezza d’onda di 1,3 mm. La tecnica Vlbi permette all’Eht di raggiungere una risoluzione angolare di 20 micro secondi d’arco. Un livello di dettaglio tale da permetterci di leggere una pagina di giornale a New York comodamente da un caffè sul marciapiede di Parigi.

I telescopi che hanno contribuito a questo risultato sono stati Alma, Apex, il telescopio Iram da 30 metri, il telescopio James Clerk Maxwell, il telescopio Alfonso Serrano, il Submillimeter Array, il Submillimeter Telescope e il South Pole Telescope. L’enorme quantità di dati grezzi – misurabile in petabyte, ovvero milioni di gigabyte – ottenuta dai telescopi è stata poi ricombinata da supercomputer altamente specializzati ospitati dal Max Planck Institute for Radio Astronomy e dal Mit Haystack Observatory.

Ciriaco Goddi, project scientist di BlackHoleCam

La costruzione dell’Eht e le osservazioni annunciate oggi rappresentano il culmine di decenni di lavoro osservativo, tecnico e teorico. Un esempio di lavoro di squadra globale che ha richiesto una stretta collaborazione da parte di ricercatori di tutto il mondo. Tredici istituzioni partner hanno lavorato insieme per creare l’Eht, utilizzando sia le infrastrutture preesistenti che il supporto di diverse agenzie. I principali finanziamenti sono stati forniti dalla US National Science Foundation (Nsf), dal Consiglio europeo della ricerca dell’UE (Erc) e da agenzie di finanziamento in Asia orientale.

«L’Eso ha l’onore di aver contribuito in modo significativo a questo risultato attraverso la sua leadership europea e il suo ruolo chiave in due dei telescopi componenti di Eht, che si trovano in Cile – Alma e Apex», commenta il direttore generale dell’Eso Xavier Barcons. «Alma è la struttura più sensibile dell’Eht e le sue 66 antenne ad alta precisione sono state fondamentali per questo successo», conclude Ciriaco Goddi, segretario del consiglio scientifico del consorzio Eht, che si è occupato della calibrazione Alma per l’Eht.

Elisabetta Liuzzo, ricercatrice all’Inaf Ira di Bologna

L’Inaf può vantare un importante coinvolgimento nella rivoluzionaria osservazione come parte del progetto europeo BlackHoleCam (Bhc), di cui lo stesso Goddi è il project scientist. Elisabetta Liuzzo e Kazi Rygl dell’Istituto nazionale di astrofisica (all’Ira di Bologna) sono due ricercatrici del nodo italiano dell’Alma Regional Centre, uno dei sette che compongono la rete europea che fornisce supporto tecnico-scientifico agli utenti di Alma, e che è ospitato proprio presso la sede dell’Inaf di Bologna. Nel 2018 entrambe sono entrate a far parte del progetto Bhc finanziato dall’Erccome partner del progetto EHT, e fanno a tutti gli effetti parte dell’Event Horizon Telescope Consortium, in cui sono membri dei gruppi di lavoro che si occupano di calibrazione e imaging.

«La calibrazione dei dati Eht è stata una grande sfida: i segnali astronomici sono deboli nella banda millimetrica, e distorti per effetto dell’atmosfera, che varia molto velocemente a queste frequenze», sottolinea Liuzzo, che insieme a Rygl ha partecipato allo sviluppo di uno dei tre software usati per la calibrazione dei dati Eht.

Kazi Rygl ricercatrice all’Inaf Ira di Bologna

Pur operando come un unico strumento che abbraccia il globo l’Eht, infatti, rimane una miscela di stazioni con design e operazioni diverse. Questo ed altri fattori, insieme alle sfide associate alla Vlbi, hanno dato impulso allo sviluppo di tecniche specializzate di elaborazione e calibrazione. «Tre diversi gruppi di ricerca, ognuno dei quali ha utilizzato un diverso software di calibrazione, hanno convalidato in modo incrociato questi dati e hanno trovato risultati coerenti», specifica Rygl, aggiungendo che «è estremamente gratificante vedere come i dati calibrati possano essere tradotti in fisica dei buchi neri».

«Il progetto Black Hole Cam è partito nel 2014 con l’obiettivo di misurare, comprendere e ‘vedere’ i buchi neri e fare test sulle principali previsioni della teoria della relatività generale di Einstein», aggiunge Ciriaco Goddi. «Nel 2016 il progetto è entrato a far parte, insieme ad altri partner internazionali, dell’Event Horizon Telescope Consortium visto il comune obiettivo: ottenere la prima immagine di un buco nero».

«Abbiamo raggiunto un risultato che solo una generazione fa sarebbe stato ritenuto impossibile», conclude Doeleman. «I progressi tecnologici e il completamento dei nuovi radiotelescopi nell’ultimo decennio hanno permesso al nostro team di assemblare questo nuovo strumento, progettato per vedere l’invisibile».

Un risultato incredibile, che prometta di essere un punto non di arrivo ma di partenza nella strada per la comprensione del nostro universo.