Non c’è pace per la Siberia, temperature record.

Non c’è pace per la Siberia, temperature record.

Che le regioni artiche siano quelle più provate dai cambiamenti climatici è cosa nota, ma ciò che accade ormai da un anno in Siberia ha quasi dell’accanimento.
Solo nell’ultimo anno abbiamo assistito a devastanti incendi, un recente sversamento di gasolio in un fiume ed ora un’incessante ondata di calore che nella giornata di sabato 20 giugno ha raggiunto l’incredibile valore di 38°C a nord del Circolo Polare Artico.

Agosto del 2019 verrà ricordato per lungo tempo in Russia e non solo per i devastanti incendi che per settimane hanno interessato vaste porzioni di territorio russo in Siberia con nubi di fumo che hanno avvolto gran parte del territorio che va dalla Russia, al Giappone, alla Mongolia e parte della Cina. Multipli incendi hanno immesso nell’atmosfera una quantità enorme di anidride carbonica e ceneri che hanno avuto ripercussioni dannose per il nostro già provato clima.


Questione ampiamente trattata nel nostro articolo di allora e nei successivi. In quegli articoli facevamo riferimento anche al concreto rischio che tali eventi avrebbero potuto innescare un veloce scioglimento del “permafrost“, ovvero, un terreno tipico delle regioni artiche come l’estremo Nordeuropa, la Siberia e l’America settentrionale dove il suolo è perennemente ghiacciato. Uno strato che può variare da poche decine di metri a qualche centinaio e che spesso rappresenta lo strato di suolo su cui poggiano edifici, infrastrutture o intere Città.
Lo scioglimento di questo strato di suolo congelato determina la liberazione nell’atmosfera di ingenti quantità di Metano ed il Metano è uno dei gas climalteranti più pericolosi, con un efficacia nell’aumento dell’effetto serra di circa 30 volte superiore all’anidride carbonica.

E lo scioglimento del permafrost è all’origine di un altro disastro ambientale che di recente ha interessato le regioni artiche della Russia. Il 29 maggio, vicino a Norilsk, nella regione russa del Krasnojarsk della Siberia settentrionale, c’è stato un incidente in una centrale elettrica: una cisterna ha perso circa 20mila tonnellate di gasolio, che si sono riversate nei fiumi Ambarnaya e Daldykan, colorandoli di rosso e arrivando a decine di chilometri dal luogo dell’incidente. L’impianto è gestito dalla NTEK, una sussidiaria della Norilsk Nickel, una delle più importanti società al mondo di estrazione e fusione di nichel e palladio. Il cedimento della cisterna è stato causato da un cedimento del terreno sottostante che poggiava su uno strato di permafrost.

(Immagine satellitare ottenuta dall’ESA che mostra il fiume tinto di rosso dalla presenza in superficie del gasolio)

Al momento in cui scriviamo questo articolo (22 giugno 2020), la situazione non è ancora risolta. Il gasolio è arrivato fino al lago Pyasino che ha un bacino di circa 700 chilometri quadrati e si teme che con l’arrivo del caldo il gasolio possa raggiungere il fiume Pyasina e arrivare nel Mar Glaciale Artico.

Gli ambientalisti hanno accusato però la società di stare usando il riscaldamento globale come scusa per non assumersi le proprie responsabilità nel non aver fatto adeguati controlli sulla stabilità della struttura. Sia il WWF che Greenpeace hanno detto che il rischio che il permafrost si sciogliesse e portasse al cedimento di edifici era conosciuto da tutti, e che le autorità locali e la società avrebbero potuto evitarlo mesi prima mettendo in sicurezza il serbatoio.

Scusa o no, purtroppo, il riscaldamento della regione artica è drammaticamente osservabile già da qualche mese. Maggio è stato un mese record per il caldo anomalo registrato nell’intera fascia del Circolo Polare Artico e Giugno si appresta ad essere ben peggiore. Nella giornata di sabato 20 giugno 2020 il villaggio di Verkhoiansk ha registrato una temperatura di 38 gradi centigradi, quasi il doppio della media stagionale.
Per dovere di cronaca il villaggio in questione non è nuovo a sbalzi termici esagerati: nel 1892 ha raggiunto la cifra record di -67,8 gradi mentre lo scorso gennaio ha rilevato -57,2. Nel 1988 il caldo aveva toccato i 37,3 e solitamente la media in questo periodo dell’anno è sui 20 gradi.
Anche se questi ultimi dati sembrano far calare il clamore per il valore registrato in quel piccolo villaggio, va però detto che il caldo esageratamente anomalo della regione artica è ben più vasto e su scala mondiale. Il caldo anomalo sta interessando tanto la Siberia quanto il Canada ed il Nord Europa. Pur rimanendo fermi in Siberia, le città russe nel circolo polare artico hanno registrato temperature straordinarie, con Nizhnyaya Pesha che ha toccato i 30°C il 9 giugno e Khatanga, che di solito ha temperature diurne di circa 0°C in questo periodo dell’anno, raggiungendo i 25°C il 22 maggio. Il record precedente era di 12°C.

E considerate che questi valori esagerati di caldo arrivano proprio nel momento in cui per via delle restrizioni dovute alla pandemia di Covid-19 le emissioni di gas climalteranti sono crollate di quasi un 50% rispetto al solito. Pertanto se in molti si chiedevano che impatto avrebbe avuto il Covid-19 sul clima ha avuto la peggiore delle risposte, ovvero… nessuno.

Il mondo scientifico, però, era già ben conscio di questa risposta e non nutriva alcuna speranza in un solo mese di diminuzione dell’emissione di gas serra. Occorre un periodo ben più lungo per sortire degli effetti e non si parla di mesi, e probabilmente nemmeno di anni perché il cambiamento climatico è già iniziato e da questi campanelli d’allarme sembra che si sia innescato un meccanismo a catena che porterà ad effetti difficilmente arrestabili.

L’anidride carbonica e gli ossidi di azoto immessi nell’atmosfera riscaldano il Pianeta, gli incendi immettono altra anidride carbonica che peggiora ulteriormente l’effetto serra, che scalda ulteriormente il Pianeta, che a sua volta vede lo scioglimento del Permafrost che immette nell’atmosfera il Metano che è trenta volte più efficace dell’anidride carbonica nel far salire le temperature nel nostro Pianeta… e via via di seguito.

Il riscaldamento delle regioni artiche ha grandi ripercussioni nelle correnti d’aria che percorrono il nostro globo in lungo e in largo. L’inizio di questa Estate in Italia e nella nostra provincia ha dato l’impressione di essere stato timido, ma in realtà siamo leggermente sopra la media climatica degli ultimi 30 anni ed in generale a livello globale il nostro Pianeta si sta surriscaldando.

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Dott. Matteo Benevelli

L’odore della pioggia

L’insieme di ozono, petricor e geosmina provoca il tipico odore “temporalesco”.
Quante volte ci è capitato di percepire l’odore della pioggia in arrivo? Non a tutti ma a molti di noi succede
Avvertire un odore particolare quando è in arrivo un fronte temporalesco, sopratutto dopo un periodo di siccità, è perfettamente normale e la scienza ci spiega le motivazioni

Ecco quali sono le cause naturali di questo fenomeno olfattivo.

PRIMA CAUSA: L’AZOTO. Quando le prime gocce d’acqua iniziano a cadere si avverte quell’odore dolciastro e pungente: è l’ozono emanato dai terreni, spesso agricoli,  dagli agenti inquinanti e da fonti naturali. Il motivo per cui all’inizio di un temporale si avverte questo odore è chimico.

L’attività elettrica all’interno delle nubi divide le molecole di azoto ed ossigeno presenti in atmosfera, alcuni di questi si ricombinano con il monossido di azoto, che a sua volta reagisce con gli altri composti presenti in atmosfera creando ozono. 
Le correnti discensionali infine portano le molecole di ozono dalle altitudini piu elevate fino a livello del suolo.

SECONDA CAUSA: IL PETRICOR. La pioggia che cade sulle superfici asciutte solleva le molecole e le polveri depositate su tutte le superfici. Se siete fortunati e vi trovate in mezzo alla natura, le molecole in questione proverranno da piante e foglie, e le vostre papille olfattive annuseranno profumo di vegetazione (o odore di letame, nei casi meno felici).

 Al contrario in città avvertiremo l’odore delle particelle di asfalto o cemento… Questo odore ha un nome scientifico preciso: si chiama petricor, termine coniato da due ricercatori australiani nel 1964 per descrivere la fragranza delle piante che si deposita nei terreni argillosi e viene rimessa in circolo nell’aria dalle precipitazioni.

TERZA CAUSA: LA GEOSMINA. Al termine di un temporale ancora una volta possiamo percepire un odore misto di terra, muffa, muschio ed umidità. E’ la geosmina, un composto organico responsabile, per esempio, del gusto terroso delle barbabietole. La sua origine è dovuta a svariate famiglie di microbi e percepità molto facilmente dall’olfatto umano. Può anche contaminare acque superficiali conferendo all’acqua un sapore terroso e poco piacevole.

Continua a bruciare la Foresta Rossa e le fiamme minacciano Chernobyl

Continua a bruciare la Foresta Rossa e le fiamme minacciano Chernobyl

Qualche giorno fa vi abbiamo dato notizia del fatto che un grosso incendio era divampato nella zona di alienazione di Chernobyl, per l’esattezza presso la riserva naturale di Drevlianskyi, un’area protetta di 309 km2. Per quel focolaio è stato fermato un 27enne che avrebbe dato fuoco ad alcune sterpaglie dalla quale è nato il rogo. La zona in questione, seppur lontana svariate decine di chilometri dalla Centrale Nucleare di Chernobyl è stata pesantemente irradiata durante l’incidente del 1986 e risulta essere un braccio della famigerata “Foresta Rossa”, ovvero, una foresta di conifere e betulle che subito dopo l’incidente di Chernobyl virò di colore verso il rosso per poi seccarsi successivamente.

L’incendio in questione è quasi risolto, ma un secondo focolaio ben più corposo è scoppiato a pochissimi chilometri dalle Città fantasma di Prypiat e Chernobyl, fiamme che interessano il cuore della Foresta Rossa e che minacciano la Centrale Nucleare teatro del disastro nucleare del 26 aprile 1986.
Il 90% delle radiazioni è imprigionato nel suolo, ma va da sè che un incendio è in grado di disperdere notevoli quantità di radiazioni con le sue ceneri e polveri generate dalle fiamme e dalle correnti ascensionali del gran calore prodotto.

Per estinguere questo focolaio è attivo sul territorio un totale di 124 vigili del fuoco, 2 aerei An-32P e 1 elicottero Mi-8 che hanno effettuato 42 lanci di acqua e schiumogeni per estinguere le fiamme.

“Ci sono cattive notizie, le radiazioni sono al di sopra della norma”, ha riconosciuto Yegor Firsov, capo del servizio di ispezione ecologica ucraino, fornendo come prova un filmato del contatore Geiger che in quella zona dovrebbe segnare valori di 0,14 μSv/h (microsievert) e poi 2,3 μSv/h, quindi 16 volte superiori!

Com’è potuto accadere?
Sicuramente la matrice dell’incendio è dolosa e piante come conifere, pioppi e betulle non possono che ardere più velocemente rispetto ad altre essenze arboree. A questo va sommato il fatto che quella zona a cavallo tra Ucraina e Bielorussia risente di un inverno estremamente secco ed arido. Al suolo non è presente la neve ed il vento forte che ha interessato ed interessa tutt’ora la zona aiuta la dispersione di tizzoni ardenti e dei fumi radioattivi.

Purtroppo nella zona non è la prima volta che si verificano eventi del genere, un altro vasto incendio interessò la “Foresta Rossa” nel 2018, ma pare che i disagi radioattivi siano stati piuttosto contenuti. La zona di alienazione (disabitata) copre un raggio di 30 Km dalla Centrale Nucleare, pertanto non ci sono grandi rischi dovuti alle fiamme per chi abita in zona, ma sicuramente il riscoperto turismo della zona per un periodo non potrà sfruttare il triste evento del 1986. Solo nel 2019 più di 100.000 turisti si sono recati a visitare la Centrale, frutto di una riscoperta di quanto accaduto figlia della serie TV Chernobyl prodotta da Sky e HBO.

La centrale nucleare a fissione Vladimir Il’ič Lenin di Černobyl’ non è più in produzione dallo spegnimento del reattore 3, avvenuto il 15 dicembre del 2000.

Continueremo a darvi notizie in merito.

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Dott. Matteo Benevelli

Torna a bruciare la Russia, ma non solo.

Torna a bruciare la Russia, ma non solo.

In questo periodo in cui non si fa che parlare della grave pandemia Covid-19 passa un po’ in secondo piano tutto il resto, ma comunque la vita del nostro Pianeta prosegue e con essa anche tutto il resto delle problematiche che riguardano la sua difficile convivenza con noi.
Alcuni aspetti dell’inquinamento ambientale stanno sicuramente migliorando per via delle restrizioni in atto per limitare le diffusione del Coronavirus (vedi il crollo dei voli aerei e delle crocere, enormi fonti di immissione di CO2 nell’atmosfera), ma un aspetto che non accenna a migliorare è quello degli incendi.

E’ di ieri la notizia che tra la Russia e l’Ucraina divampano un gran numero d’incendi, tra cui uno interessa la tristemente famosa “Foresta Rossa” a poche decine di chilometri dalla Centrale Nucleare di Chernobyl. Un focolaio di soli due giorni d’età che sta interessando una zona di conifere e betulle che facilmente ardono disperdendo ceneri e polveri radioattive nelle zone limitrofe ed in direzione della capitale Ucarina di Kiev. Per far fronte alle fiamme sono attivi: 90 Vigili del Fuoco, 18 mezzi di supporto, 1 elicottero e 2 aerei.
La zona interessata è quella della riserva naturale di Drevlianskyi, un’area protetta di 309 km2 situata all’interno dell’area di alienazione e che nel 1986 è stata investita in pieno dalla nube radioattiva del disastro nucleare di Chernobyl.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Gran parte delle scorie radioattive, però, va detto che si trovano nel suolo e non strettamente all’interno dei tronchi degli alberi. Ciò è di consolazione, ma una componente radioattiva è ugualmente presente nel fumo e nelle ceneri che i stanno sollevando nella zona e che costituiscono un elemento di rischio in più per i coraggiosi pompieri impegnati nell’estizione dell’incendio.

Spostandoci con lo sguardo nel resto del Mondo, però, la situazione non è migliore. Continuano ad ardere nell’indifferenza la Foresta Amazzonica in Brasile e la penisola del Siam (Myanmar, Laos e Thailandia). Questi sono roghi di matrice dolosa atti a deforestare quelle zone per far spazio ad allevamenti intensivi (per quel che riguarda l’Amazzonia) e piantagioni di Palme da olio (per le zone asiatiche). Una fitta nube di fumo da giorni aleggia su gran parte della Thailandia oscurando il cielo in molte zone.

Il quadro globale della situazione è ben comprensibile guardando l’immagine satellitare della NASA ottenuta con la somma delle fotografie raccolte dal satellite MODIS. Ogni puntino rosso rappresenta un Hot Spot, ovvero un punto caldo generato dalla presenza di un picco termico, ovvero di una fiamma da incendio. Non ci resta che consolarci con il fatto che in Africa le cose non stanno poi andado così male.

Continueremo a monitorare questa situazione come abbiamo sempre fatto per tenervi aggiornati su ciò che accade anche al di fuori della nostra provincia.

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Dott. Matteo Benevelli

Brusco innalzamento delle polveri sottili, ma perché?

Brusco innalzamento delle polveri sottili, ma perché?

In tanti in questi giorni ci stanno chiedendo com’è la situazione dell’inquinamento dell’aria in questo periodo di restrizioni dovute al Covid-19 sul nostro territorio. Fino a qualche giorno fa le concentrazioni di polveri sottili erano tutto sommato nella norma, specie dopo le piogge dei giorni scorsi, ma soprattutto nella giornata di ieri si è registrato un “curioso” se non “drammatico” boom delle Pm10 sulla nostra regione.
Nella giornata di ieri e soprattutto in quella di oggi si nota una foschia densa che limita in parte la visibilità nel lungo raggio e ciò non segue un iter logico/meteorologico.

Le Pm10 sono schizzate da 16 ppm fino al terribile valore di 99 ppm a Reggio Emilia, addirittura a 140 ppm a Rimini!

Vedi tabella ARPAE qui sotto:
In situazioni del genere è giusto indagare per scoprire se la causa di questa impennata è da ricercare a livello antropico (uomo) o naturale.

Indagine su una causa antropica:
siamo in una situazione eccezionale di restrizioni che limitano il pulviscolo sotto l’aspetto del traffico delle automobili, anche se i riscaldamenti sono ancora accesi e ben funzionanti visto il ritorno di un po’ di freddo da est. Sui siti d’informazione non si parla d’altro che di Coronavirus e non compaiono notizie di incendi dolosi in vasta scala in Italia e nazioni limitrofe.
Pertanto escludiamo il fattore antropico… per una volta l’uomo sembra non centrare nulla con questo aumento delle polveri sottili.

Indagine su una causa naturale:
Solitamente le cause naturali sono imputabili a grandi concentrazioni di Pollini, ma nonostante l’inizio di primavera non abbiamo un boom di fioriture in questo momento. Un’altra causa potrebbe essere di origine vulcanica, ma per ora tutto è tranquillo in Islanda e nel Sud dell’Italia. In fine ci si può concentrare sulla Sabbia del Deserto.
Le correnti che da qualche giorno dominano sul nostro territorio arrivano da est, la Porta della Bora si è aperta ed ancora non si è chiusa definitivamente. Da est, poi, sono arrivate anche le ultime precipitazioni… che a tutti gli effetti hanno sporcato le nostre automobili lasciate all’aperto in questi giorni di fermo. Ma al tempo stesso la Porta della Bora chiude la porta (permetteteci il gioco di parole) in faccia alla sabbia del deserto del Sahara, che è la prima imputata quando piove sabbia dal cielo.

Indizi:
– correnti dominanti da est
– automobili sporche di sabbia dopo le piogge degli ultimi giorni
– aumento delle Pm10 nonostante la pioggia recente che normalmente le abbatte

Causa:
Mettendo insieme questi indizi un buon detective meteorologico si concentra sul vento da est e ripercorre a ritroso il suo percorso. Con l’aiuto dei satelliti attuali e dei loro delicati sensori si può scoprire che il vento est attinge aria da molto lontano. E se si indaga in quelle zone remote, si scopre che da qualche giorno un’intensa tempesta di sabbia sta interessando la zona del Mar Caspio e del deserto del Karakum (Turkmenistan), 2500 km a est dell’Italia. Questa tempesta solleva i granelli di sabbia e li trasporta per migliaia di chilometri fino alla nostra Pianura (e ad onor del vero va oltre… fino al Portogallo e l’oceano Atlantico).

Conclusioni:
Per una volta l’incremento di polveri sottili non è da imputare all’uomo, ma a cause del tutto naturali. Un evento del genere è piuttosto raro, come detto in precedenza, le tempeste di sabbia che solitamente ci raggiungono sono di matrice sahariana poiché il vento dominante arriva dall’Atlantico sulle nostre latitudini. Questa volta, invece, uno spostamento imponente dell’Anticiclone delle Azzorre verso il Nord Atlantico ed una seconda alta pressione presente sul Kazakistan (nostra vecchia conoscenza di qualche giorno fa con il nome di Jurgen che determinò i fiocchi di neve del 26 marzo), hanno innescato questo “getto sabbioso” verso di noi.

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 Dott. Matteo Benevelli

E’ vero che l’aria è pulita per via del virus Covid-19?

E’ vero che l’aria è pulita per via del virus Covid-19?

Ha fatto molto clamore l’impatto positivo che le restrizioni per contenere l’infezione da Coronavirus hanno avuto sulla qualità dell’aria in Cina. In molti si aspettavano qualcosa di simile anche in Italia e ci aspettavamo con rassegnazione gli articoli sensazionalistici dei soliti giornalisti. Le nostre aspettative non sono state disattese, ma da qualche giorno l’aria ha ripreso a peggiorare, tanto che da due giorni stiamo superando i limiti di legge per le polveri sottili.

Ma andiamo per gradi: a tutti gli effetti dopo la scoperta dei primi casi di Covid-19 nella Pianura Padana l’aria è migliorata di molto, specie nei giorni successivi all’introduzione di norme che miravano al suo contenimento imponendo “zone rosse” e limitazioni alla circolazione importanti.
In questa fase i giornalisti si sono soffermati alle apparenze senza farsi delle domande molto basilari, ovvero: cosa può incidere sull’inquinamento dell’aria nella Pianura Padana?

Cosa può incidere nel cambiamento dell’aria nella Pianura Padana?
Se si impone lo stop al traffico, la cosa più semplice da pensare è che l’aria sia migliorata per questo motivo. Ma il traffico era ancora molto elevato e la chiusura di poche fabbriche nella zona del lodigiano non poteva incidere in maniera significativa. Ma alzando il naso verso l’alto, in quel periodo, qualcosa era cambiato a livello meteorologico.


Per gran parte dell’Inverno non si sono verificati grandi colpi di scena e questo perchè un potente Vortice Polare non permetteva al freddo di raggiungere il Mediterraneo. Ma il 18 un’onda ha deformato questo “nastro trasportatore” permettendo l’infiltrazione di correnti umide e fredde dall’Atlantico.
L’irruzione vera e propria è arrivata il 25 Febbraio come si può vedere dall’immagine qui sotto, quando una Bassa Pressione ha scalzato definitivamente il “mostro” di Alta Pressione che dominava nel Mediterraneo da molto tempo.


Cosa significa tutto questo?
Questo ribaltone meteorologico ha fatto si che sulla Pianura soffiasse forte il vento che letteralmente spazzò via lo smog (il vento in almeno altre tre occasioni precedentemente spazzò via le pesanti polveri sottili come si nota dal grafico qui sotto).
Il 25 febbraio, quindi, ha segnato una svolta meteorologica che casualmente si è sovrapposto a quanto stava drammaticamente accadendo sul Nord Italia con la diffusione del virus Covid-19. Da quel momento si è aperta una parentesi di aria pulita che è durata ben due settimane.


Se si osserva la tabella della concentrazione delle polveri sottili Pm10 in Emilia-Romagna, salta subito all’occhio come le giornate di aria pulita combacino con l’arrivo del vento e della pioggia e soprattutto come le Alte Pressioni incidano negativamente su di essa.
Dal 12 di Marzo è tornata l’Alta Pressione (con bel tempo e temperature massime molto alte), e con essa le Pm10 sono tornate a sforare dai valori di legge fissati dalla Comunità Europea a 50 parti per milione, contro le 20 parti per milione consigliate dall’OMS.
Le restrizioni al traffico, quindi, non sono il fattore principale per il quale l’aria è migliorata, ma ancora una volta la Natura ci è venuta in soccorso.

Quindi non serve a nulla bloccare il traffico?
La situazione sarebbe di gran lunga peggiore se il traffico fosse normale, quindi, ciò ci deve far riflettere sul fatto che le fonti d’inquinamento nella nostra Pianura sono anche altre, come ad esempio gli impianti di riscaldamento e l’agricoltura intensiva per citarne un paio. Il grafico riportato qui sotto ci mostra i risultati di un’analisi svolta nell’ambito del progetto Life PrepAir (Po Regions Engaged to Policies of AIR) e ci mostra le origini della polveri sottili Pm10 nel bacino Padano. Quasi tutte le attività umane emettono sostanze inquinanti che appartengono a diverse tipologie: particolato (PM10 e PM2,5), Ossidi di azoto (NOx), Ossidi di Zolfo (SOx), Ossido di Carbonio (CO), IPA  (Idrocarburi Policiclici Aromatici come il benzene), Ammoniaca e altri.
In questo articolo abbiamo deciso di prendere in considerazione solamente le polveri sottili Pm10.


Per valutare come le misure restrittive impatteranno sulla qualità dell’aria occorre un periodo di stabilità meteorologica che per ora non c’è stata. E’ tuttavia innegabile che in Cina quanto è accaduto ha avuto un notevole impatto sulla buona qualità dell’aria come dimostrato da queste immagini della NASA che ci mostra la concentrazione di Ossidi di azoto (NOx) derivanti dalle attività industriali prima e durante il contagio da Covid-19:

In Italia, però, è ancora presto per arrivare a queste conclusioni poichè i dati sono stati falsati da quanto è accaduto meteorologicamente dopo il 25 di febbraio. Pertanto ci sentiamo di diffidare dagli articoli che sbandierano il merito di tale miglioramento alle misure adottate per fronteggiare la pandemia, è ancora troppo presto e scientificamente necessita di studi e conferme che allo stato attuale mancano.

Quanto sta accadendo avrà ripercussioni sul Global Warming?
Purtroppo no, se ci saranno delle ripercussioni, saranno del tutto irrisorie. Il Riscaldamento Globale funziona un po’ come un forno, anche quando lo spegnamo continua a riscaldare e a cuocere le pietanze che vi sono all’interno. Questo significa che anche se oggi smettiamo di produrre gas serra, il Pianeta continuerà a riscaldararsi per svariati anni poichè i gas sono già stati immessi in grande quantità e prima che questi vengano smaltiti naturalmente con i processi geo-bio-chimici dovrà trascorrere molto tempo.

Cosa possiamo fare per cambiare qualcosa?
E’ estremo da dirsi, ma sicuramente ciò che sta accadendo nel Mondo e nel nostro Paese in questi giorni può e deve diventare un occasione per ripartire e svoltare definitivamente verso un’economia green. Il tracollo dell’Economia che sta avvenendo sicuramente ci porterà a “resettare” il sistema e a dover ripartire per recuperare il terreno perso, ma questa ripartenza potrebbe essere un coltello a doppia lama. Tanto si potrebbe patire green quanto peggiorare la situazione precedente per accelerare nel recupero. Il nostro augurio, ovviamente, è che i Paesi colpiti da questo virus colgano l’occasione per far tesoro di quanto accaduto e che sviluppino il sistema di “telelavoro” per ridurre la mobilità e sempre in quest’ottica anche diminuire la distanza della filiera produttiva.

Una calamità come occasione?
Si, la pandemia è ancora lontana dall’essere sconfitta, ma prima o poi terminerà come tutte le altre pandemie del passato. La Cina lentamente sta uscendo da questo tunnel buio e l’economia ripartirà, approfittiamone per ricostruire un nuovo ciclo economico mondiale ripartendo da zero.

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Dott. Matteo Benevelli