Anche le nuvole possono essere biologiche

Anche le nuvole possono essere biologiche

☁️🐜 Le Bio-Nuvole 🐜☁️
 
Ovviamente scherziamo è una parola inventata, ma rende bene il senso di quanto sta per avvenire nel nostro territorio.
 
L’autunno è alle porte (meteorologicamente è già iniziato) ed arriva quel periodo dell’anno in cui compaiono sempre più spesso strane nuvole sopra gli alberi, lungo i canali, a margine delle strade……. o davanti alle nostre webcam.

Nuvole biologiche, nuvole di tanti piccoli insetti frenetici che volano con moto circolatorio in un turbinio di migliaia di esemplari.
 
Titolo provocatorio, ma non del tutto sbagliato, tant’è che alle volte queste nuvole raggiungono concentrazioni tali da essere rilevate dai radar meteorologici come precipitazioni in atto!
 
Nel Regno Unito, addirittura, esiste un giorno denominato “Flying Ants Day” alla fine dell’Estate che è dedicato a questo genere di evento.
 
Le formiche volanti altro non sono che semplici formiche che hanno una società simile a quella dell’Ape millifera. Anche le formiche, come le api, effettuano un loro “volo nuziale”.
La Regina depone annualmente delle uova che genereranno delle formiche alate, sia maschi che femmine, che sciameranno e formeranno nuovi formicai, i maschi dopo l’accoppiamento moriranno, mentre le femmine perderanno le ali e deporranno le uova per la formazione della nuova colonia per tutta la vita.
 
Questi voli avvengono ad inizio estate e ad inizio autunno, ma è solitamente in questa seconda fase che nel nostro territorio si fanno notare maggiormente.
Avvengono con temperature calde ed in giornate con vento calmo o assente.
 
Un’altro segnale che la stagione sta per cambiare 😉

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Dott. Matteo Benevelli

Stati Uniti, tra gelo e fuoco

Stati Uniti, tra gelo e fuoco

🌎 Dal Mondo … 🌎
 
Sta facendo grande clamore la colata di aria artica di origine canadese che sta investendo il cuore degli Stati Uniti. Una colata di aria che in 24 ore ha fatto precipitare le temperature di oltre 30°C, a campione è stata presa la Città di Denver che è passata dai 38°C alla neve.
 
Certo, un ribaltone termico del genere è sicuramente di forte richiamo ed esagerata, ma quelle zone non sono nuove a discese di aria fredda che generano forti cali termici. La sezione centrale degli Stati Uniti non è protetta a nord come capita alla nostra provincia che invece può contare sulle Alpi che ci proteggono da questo genere di eventi.
 

In pochi, però, hanno dato risalto al fatto che gli Stati Uniti stanno letteralmente soffocando nel fumo degli incendi su vasta scala. Tutta la costa ovest è alle prese con svariati focolai con evacuazioni di migliaia di persone. Il fumo di questi incendi è ben visibile dallo spazio e dalle immagini modificate da noi per favorirne la lettura.

 


Un ruolo chiave lo sta giocando anche questa perturbazione che con la sua prepotenza sta alimentando forti venti in uscita che alimentano questi incendi. Al tempo stesso, però, con le sue precipitazioni ed il crollo termico sta favorendo lo spegnimento di parte di questi focolai.
 

Gli effetti del vento si vedono molto bene se si guardano le differenze tra le immagini riprese il giorno 7 e quelle del giorno 8.

 

 

Le colonne di fumo si allungano vistosamente e crescono di volume davanti al fronte di nuvole. Se si guarda la zona in alto a sinistra che corrispondono agli stati di Oregon e Washington, i venti con forza simile a quella degli uragani e alte temperature hanno ravvivato le fiamme e quasi 250 mila persone sono rimaste senza corrente elettrica.

 


Secondo il National Interagency Fire Center, attualmente sono attivi 76 grandi incendi che bruciano a livello nazionale, la California è lo stato più colpito. Degli oltre 5.500.000 acri che sono stati bruciati a livello nazionale finora quest’anno, la California conta più di 2.000.000 di acri bruciati, secondo il rapporto NIFC.

 

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  Dott. Matteo Benevelli
Non c’è pace per la Siberia, temperature record.

Non c’è pace per la Siberia, temperature record.

Che le regioni artiche siano quelle più provate dai cambiamenti climatici è cosa nota, ma ciò che accade ormai da un anno in Siberia ha quasi dell’accanimento.
Solo nell’ultimo anno abbiamo assistito a devastanti incendi, un recente sversamento di gasolio in un fiume ed ora un’incessante ondata di calore che nella giornata di sabato 20 giugno ha raggiunto l’incredibile valore di 38°C a nord del Circolo Polare Artico.

Agosto del 2019 verrà ricordato per lungo tempo in Russia e non solo per i devastanti incendi che per settimane hanno interessato vaste porzioni di territorio russo in Siberia con nubi di fumo che hanno avvolto gran parte del territorio che va dalla Russia, al Giappone, alla Mongolia e parte della Cina. Multipli incendi hanno immesso nell’atmosfera una quantità enorme di anidride carbonica e ceneri che hanno avuto ripercussioni dannose per il nostro già provato clima.


Questione ampiamente trattata nel nostro articolo di allora e nei successivi. In quegli articoli facevamo riferimento anche al concreto rischio che tali eventi avrebbero potuto innescare un veloce scioglimento del “permafrost“, ovvero, un terreno tipico delle regioni artiche come l’estremo Nordeuropa, la Siberia e l’America settentrionale dove il suolo è perennemente ghiacciato. Uno strato che può variare da poche decine di metri a qualche centinaio e che spesso rappresenta lo strato di suolo su cui poggiano edifici, infrastrutture o intere Città.
Lo scioglimento di questo strato di suolo congelato determina la liberazione nell’atmosfera di ingenti quantità di Metano ed il Metano è uno dei gas climalteranti più pericolosi, con un efficacia nell’aumento dell’effetto serra di circa 30 volte superiore all’anidride carbonica.

E lo scioglimento del permafrost è all’origine di un altro disastro ambientale che di recente ha interessato le regioni artiche della Russia. Il 29 maggio, vicino a Norilsk, nella regione russa del Krasnojarsk della Siberia settentrionale, c’è stato un incidente in una centrale elettrica: una cisterna ha perso circa 20mila tonnellate di gasolio, che si sono riversate nei fiumi Ambarnaya e Daldykan, colorandoli di rosso e arrivando a decine di chilometri dal luogo dell’incidente. L’impianto è gestito dalla NTEK, una sussidiaria della Norilsk Nickel, una delle più importanti società al mondo di estrazione e fusione di nichel e palladio. Il cedimento della cisterna è stato causato da un cedimento del terreno sottostante che poggiava su uno strato di permafrost.

(Immagine satellitare ottenuta dall’ESA che mostra il fiume tinto di rosso dalla presenza in superficie del gasolio)

Al momento in cui scriviamo questo articolo (22 giugno 2020), la situazione non è ancora risolta. Il gasolio è arrivato fino al lago Pyasino che ha un bacino di circa 700 chilometri quadrati e si teme che con l’arrivo del caldo il gasolio possa raggiungere il fiume Pyasina e arrivare nel Mar Glaciale Artico.

Gli ambientalisti hanno accusato però la società di stare usando il riscaldamento globale come scusa per non assumersi le proprie responsabilità nel non aver fatto adeguati controlli sulla stabilità della struttura. Sia il WWF che Greenpeace hanno detto che il rischio che il permafrost si sciogliesse e portasse al cedimento di edifici era conosciuto da tutti, e che le autorità locali e la società avrebbero potuto evitarlo mesi prima mettendo in sicurezza il serbatoio.

Scusa o no, purtroppo, il riscaldamento della regione artica è drammaticamente osservabile già da qualche mese. Maggio è stato un mese record per il caldo anomalo registrato nell’intera fascia del Circolo Polare Artico e Giugno si appresta ad essere ben peggiore. Nella giornata di sabato 20 giugno 2020 il villaggio di Verkhoiansk ha registrato una temperatura di 38 gradi centigradi, quasi il doppio della media stagionale.
Per dovere di cronaca il villaggio in questione non è nuovo a sbalzi termici esagerati: nel 1892 ha raggiunto la cifra record di -67,8 gradi mentre lo scorso gennaio ha rilevato -57,2. Nel 1988 il caldo aveva toccato i 37,3 e solitamente la media in questo periodo dell’anno è sui 20 gradi.
Anche se questi ultimi dati sembrano far calare il clamore per il valore registrato in quel piccolo villaggio, va però detto che il caldo esageratamente anomalo della regione artica è ben più vasto e su scala mondiale. Il caldo anomalo sta interessando tanto la Siberia quanto il Canada ed il Nord Europa. Pur rimanendo fermi in Siberia, le città russe nel circolo polare artico hanno registrato temperature straordinarie, con Nizhnyaya Pesha che ha toccato i 30°C il 9 giugno e Khatanga, che di solito ha temperature diurne di circa 0°C in questo periodo dell’anno, raggiungendo i 25°C il 22 maggio. Il record precedente era di 12°C.

E considerate che questi valori esagerati di caldo arrivano proprio nel momento in cui per via delle restrizioni dovute alla pandemia di Covid-19 le emissioni di gas climalteranti sono crollate di quasi un 50% rispetto al solito. Pertanto se in molti si chiedevano che impatto avrebbe avuto il Covid-19 sul clima ha avuto la peggiore delle risposte, ovvero… nessuno.

Il mondo scientifico, però, era già ben conscio di questa risposta e non nutriva alcuna speranza in un solo mese di diminuzione dell’emissione di gas serra. Occorre un periodo ben più lungo per sortire degli effetti e non si parla di mesi, e probabilmente nemmeno di anni perché il cambiamento climatico è già iniziato e da questi campanelli d’allarme sembra che si sia innescato un meccanismo a catena che porterà ad effetti difficilmente arrestabili.

L’anidride carbonica e gli ossidi di azoto immessi nell’atmosfera riscaldano il Pianeta, gli incendi immettono altra anidride carbonica che peggiora ulteriormente l’effetto serra, che scalda ulteriormente il Pianeta, che a sua volta vede lo scioglimento del Permafrost che immette nell’atmosfera il Metano che è trenta volte più efficace dell’anidride carbonica nel far salire le temperature nel nostro Pianeta… e via via di seguito.

Il riscaldamento delle regioni artiche ha grandi ripercussioni nelle correnti d’aria che percorrono il nostro globo in lungo e in largo. L’inizio di questa Estate in Italia e nella nostra provincia ha dato l’impressione di essere stato timido, ma in realtà siamo leggermente sopra la media climatica degli ultimi 30 anni ed in generale a livello globale il nostro Pianeta si sta surriscaldando.

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Dott. Matteo Benevelli

L’odore della pioggia

L’insieme di ozono, petricor e geosmina provoca il tipico odore “temporalesco”.
Quante volte ci è capitato di percepire l’odore della pioggia in arrivo? Non a tutti ma a molti di noi succede
Avvertire un odore particolare quando è in arrivo un fronte temporalesco, sopratutto dopo un periodo di siccità, è perfettamente normale e la scienza ci spiega le motivazioni

Ecco quali sono le cause naturali di questo fenomeno olfattivo.

PRIMA CAUSA: L’AZOTO. Quando le prime gocce d’acqua iniziano a cadere si avverte quell’odore dolciastro e pungente: è l’ozono emanato dai terreni, spesso agricoli,  dagli agenti inquinanti e da fonti naturali. Il motivo per cui all’inizio di un temporale si avverte questo odore è chimico.

L’attività elettrica all’interno delle nubi divide le molecole di azoto ed ossigeno presenti in atmosfera, alcuni di questi si ricombinano con il monossido di azoto, che a sua volta reagisce con gli altri composti presenti in atmosfera creando ozono. 
Le correnti discensionali infine portano le molecole di ozono dalle altitudini piu elevate fino a livello del suolo.

SECONDA CAUSA: IL PETRICOR. La pioggia che cade sulle superfici asciutte solleva le molecole e le polveri depositate su tutte le superfici. Se siete fortunati e vi trovate in mezzo alla natura, le molecole in questione proverranno da piante e foglie, e le vostre papille olfattive annuseranno profumo di vegetazione (o odore di letame, nei casi meno felici).

 Al contrario in città avvertiremo l’odore delle particelle di asfalto o cemento… Questo odore ha un nome scientifico preciso: si chiama petricor, termine coniato da due ricercatori australiani nel 1964 per descrivere la fragranza delle piante che si deposita nei terreni argillosi e viene rimessa in circolo nell’aria dalle precipitazioni.

TERZA CAUSA: LA GEOSMINA. Al termine di un temporale ancora una volta possiamo percepire un odore misto di terra, muffa, muschio ed umidità. E’ la geosmina, un composto organico responsabile, per esempio, del gusto terroso delle barbabietole. La sua origine è dovuta a svariate famiglie di microbi e percepità molto facilmente dall’olfatto umano. Può anche contaminare acque superficiali conferendo all’acqua un sapore terroso e poco piacevole.

Continua a bruciare la Foresta Rossa e le fiamme minacciano Chernobyl

Continua a bruciare la Foresta Rossa e le fiamme minacciano Chernobyl

Qualche giorno fa vi abbiamo dato notizia del fatto che un grosso incendio era divampato nella zona di alienazione di Chernobyl, per l’esattezza presso la riserva naturale di Drevlianskyi, un’area protetta di 309 km2. Per quel focolaio è stato fermato un 27enne che avrebbe dato fuoco ad alcune sterpaglie dalla quale è nato il rogo. La zona in questione, seppur lontana svariate decine di chilometri dalla Centrale Nucleare di Chernobyl è stata pesantemente irradiata durante l’incidente del 1986 e risulta essere un braccio della famigerata “Foresta Rossa”, ovvero, una foresta di conifere e betulle che subito dopo l’incidente di Chernobyl virò di colore verso il rosso per poi seccarsi successivamente.

L’incendio in questione è quasi risolto, ma un secondo focolaio ben più corposo è scoppiato a pochissimi chilometri dalle Città fantasma di Prypiat e Chernobyl, fiamme che interessano il cuore della Foresta Rossa e che minacciano la Centrale Nucleare teatro del disastro nucleare del 26 aprile 1986.
Il 90% delle radiazioni è imprigionato nel suolo, ma va da sè che un incendio è in grado di disperdere notevoli quantità di radiazioni con le sue ceneri e polveri generate dalle fiamme e dalle correnti ascensionali del gran calore prodotto.

Per estinguere questo focolaio è attivo sul territorio un totale di 124 vigili del fuoco, 2 aerei An-32P e 1 elicottero Mi-8 che hanno effettuato 42 lanci di acqua e schiumogeni per estinguere le fiamme.

“Ci sono cattive notizie, le radiazioni sono al di sopra della norma”, ha riconosciuto Yegor Firsov, capo del servizio di ispezione ecologica ucraino, fornendo come prova un filmato del contatore Geiger che in quella zona dovrebbe segnare valori di 0,14 μSv/h (microsievert) e poi 2,3 μSv/h, quindi 16 volte superiori!

Com’è potuto accadere?
Sicuramente la matrice dell’incendio è dolosa e piante come conifere, pioppi e betulle non possono che ardere più velocemente rispetto ad altre essenze arboree. A questo va sommato il fatto che quella zona a cavallo tra Ucraina e Bielorussia risente di un inverno estremamente secco ed arido. Al suolo non è presente la neve ed il vento forte che ha interessato ed interessa tutt’ora la zona aiuta la dispersione di tizzoni ardenti e dei fumi radioattivi.

Purtroppo nella zona non è la prima volta che si verificano eventi del genere, un altro vasto incendio interessò la “Foresta Rossa” nel 2018, ma pare che i disagi radioattivi siano stati piuttosto contenuti. La zona di alienazione (disabitata) copre un raggio di 30 Km dalla Centrale Nucleare, pertanto non ci sono grandi rischi dovuti alle fiamme per chi abita in zona, ma sicuramente il riscoperto turismo della zona per un periodo non potrà sfruttare il triste evento del 1986. Solo nel 2019 più di 100.000 turisti si sono recati a visitare la Centrale, frutto di una riscoperta di quanto accaduto figlia della serie TV Chernobyl prodotta da Sky e HBO.

La centrale nucleare a fissione Vladimir Il’ič Lenin di Černobyl’ non è più in produzione dallo spegnimento del reattore 3, avvenuto il 15 dicembre del 2000.

Continueremo a darvi notizie in merito.

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Dott. Matteo Benevelli

Torna a bruciare la Russia, ma non solo.

Torna a bruciare la Russia, ma non solo.

In questo periodo in cui non si fa che parlare della grave pandemia Covid-19 passa un po’ in secondo piano tutto il resto, ma comunque la vita del nostro Pianeta prosegue e con essa anche tutto il resto delle problematiche che riguardano la sua difficile convivenza con noi.
Alcuni aspetti dell’inquinamento ambientale stanno sicuramente migliorando per via delle restrizioni in atto per limitare le diffusione del Coronavirus (vedi il crollo dei voli aerei e delle crocere, enormi fonti di immissione di CO2 nell’atmosfera), ma un aspetto che non accenna a migliorare è quello degli incendi.

E’ di ieri la notizia che tra la Russia e l’Ucraina divampano un gran numero d’incendi, tra cui uno interessa la tristemente famosa “Foresta Rossa” a poche decine di chilometri dalla Centrale Nucleare di Chernobyl. Un focolaio di soli due giorni d’età che sta interessando una zona di conifere e betulle che facilmente ardono disperdendo ceneri e polveri radioattive nelle zone limitrofe ed in direzione della capitale Ucarina di Kiev. Per far fronte alle fiamme sono attivi: 90 Vigili del Fuoco, 18 mezzi di supporto, 1 elicottero e 2 aerei.
La zona interessata è quella della riserva naturale di Drevlianskyi, un’area protetta di 309 km2 situata all’interno dell’area di alienazione e che nel 1986 è stata investita in pieno dalla nube radioattiva del disastro nucleare di Chernobyl.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Gran parte delle scorie radioattive, però, va detto che si trovano nel suolo e non strettamente all’interno dei tronchi degli alberi. Ciò è di consolazione, ma una componente radioattiva è ugualmente presente nel fumo e nelle ceneri che i stanno sollevando nella zona e che costituiscono un elemento di rischio in più per i coraggiosi pompieri impegnati nell’estizione dell’incendio.

Spostandoci con lo sguardo nel resto del Mondo, però, la situazione non è migliore. Continuano ad ardere nell’indifferenza la Foresta Amazzonica in Brasile e la penisola del Siam (Myanmar, Laos e Thailandia). Questi sono roghi di matrice dolosa atti a deforestare quelle zone per far spazio ad allevamenti intensivi (per quel che riguarda l’Amazzonia) e piantagioni di Palme da olio (per le zone asiatiche). Una fitta nube di fumo da giorni aleggia su gran parte della Thailandia oscurando il cielo in molte zone.

Il quadro globale della situazione è ben comprensibile guardando l’immagine satellitare della NASA ottenuta con la somma delle fotografie raccolte dal satellite MODIS. Ogni puntino rosso rappresenta un Hot Spot, ovvero un punto caldo generato dalla presenza di un picco termico, ovvero di una fiamma da incendio. Non ci resta che consolarci con il fatto che in Africa le cose non stanno poi andado così male.

Continueremo a monitorare questa situazione come abbiamo sempre fatto per tenervi aggiornati su ciò che accade anche al di fuori della nostra provincia.

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Dott. Matteo Benevelli